"[...] Banalità fantascientifiche. La fantasia è
scarsa e la scienza ha preso le ferie ".
‘Recensione anonima del film "Caltiki, il Mostro
Immortale" su "Schermi", 19 Dicembre 1959’.
Cominciare
una delle nostre chiacchierate con una critica palesemente negativa,
non è certamente il modo migliore per presentarvi e consigliarvi
un film; sono sicuro che di questo sarete tutti d’accordo con
me. Eppure, questo mio nuovo articolino ha un valore del tutto particolare
e richiede una piccola premessa, prima di entrare nel vivo della storia.
Voi non lo sapete, ma il vostro redattore preferito, in questi ultimi
mesi ha avuto alcuni piccoli problemi a causa di una infezione da
Epatite C. Nulla di esoterico, è una malattia che
affligge centinaia di migliaia di persone nel nostro paese e che,
grazie all’aiuto di un valido specialista, stiamo cercando di
sanare "completamente".
Ma questo fatto poco piacevole mi ha spinto a riflettere
a fondo sulla mia vita, sulle cose che mi hanno dato sempre un grande
piacere, sulle mie passioni più profonde.
Ad un certo punto ho capito di dover riprendere in mano "la
macchina del tempo" della mia memoria per recuperare quanto
ho amato di più, per curare attraverso la mia passione per
il fantastico non soltanto il corpo ma anche l’animo ed il cuore,
dalle afflizioni di questi ultimi tempi.
Questo significa tornare ad emozionarmi leggendo i racconti che sento
profondamente legati alla mia giovinezza e rivedere le immagini che
mi hanno riempito gli occhi di stupore quando ero un ragazzo (consentitemelo
il termine, visto che sono sulla soglia dei quaranta…);
una di queste opere, per un caso veramente assurdo e dopo essere rimasta
in sospensione nel limbo dei vecchi film dimenticati per un tempo
veramente troppo lungo, è stata ripubblicata in DVD giusto
lo scorso 16 Gennaio.
Ora, lasciamo stare i miei problemi di salute e le mie rimembranze
di ‘vecchierel canuto e stanco’; dobbiamo partire per
il Messico della fine degli anni ’50.
Ma guardate attentamente dove mettete i piedi.
E, mi raccomando, se incontrate un’antica piscina Maya,
rimanete lontani dall’acqua…!
1. Tanto va la gatta al lardo,
che ci lascia lo zampino…
"…Caltiki è unica, la sola dea immortale…
e quando il suo sposo apparirà nel cielo, il potere di Caltiki
distruggerà il mondo…"
Da una iscrizione all’interno della
grotta di Caltiki, "Caltiki, il Mostro Immortale, 1959".
"Caltiki, il Mostro Immortale" si apre
con una voce fuoricampo, suadente e perfettamente impostata, che narra
a noi spettatori con estrema precisione la repentina scomparsa del
popolo Maya dalla propria terra di origine (una zona ricca di centri
urbani densamente popolati, che al giorno d’oggi si trova nella
parte meridionale del Messico), all’inizio del settimo
secolo dopo Cristo. Il perché di tutto questo non
ci è noto; sappiamo soltanto che il popolo Maya, così
profondamente civilizzato e scientificamente avanzato da coltivare
studi superiori di matematica ed astronomia, un bel giorno decise
di abbandonare tutto per fuggire verso il nord del paese.
In questo modo il regista riesce ad istillare nel pubblico un
piccolo sospetto fin da subito: quanto di quello che
ci sta raccontando la voce narrante ha qualche cosa a che fare con
il film che ci prepariamo a vedere?
E se la risposta è "parecchio", cosa avrà
mai provocato una tale diaspora del popolo Maya?
Quale terribile minaccia avrebbe spinto
una delle più avanzate civiltà della sua epoca a lasciare
tutto quanto aveva costruito sino a quel momento
ed allontanarsi in tutta fretta dalla terra dei propri antenati, quasi
che si trovasse con il Diavolo alle calcagna?
La repentina scomparsa di questa popolazione del Sudamerica è
un fatto storico assodato ma, potete stare assolutamente tranquilli,
i motivi reali che lo hanno provocato sono stati ben altri…
Per rendere ancora più verosimile la storia, gli sceneggiatori
hanno deciso di suggerirci che la vicenda si basa direttamente su
di un’antica leggenda del luogo, che ruota attorno alla
figura mitologica della terribile ed implacabile dea della morte Caltiki!
E’ a questo punto che la pellicola inizia veramente,
d’ora in avanti si fa sul serio…
Le antiche rovine della città di Tikel sono
state il centro della civiltà Maya in Messico per molti secoli,
almeno sino al 607 AD, quando l’intera
popolazione della zona aveva abbandonato le città ed i campi
in maniera improvvisa, misteriosa e, soprattutto, molto precipitosa.
Negli ultimi anni diverse spedizioni archeologiche avevano investigato
sulle ragioni che stavano dietro a questa improvvisa migrazione di
massa, recandosi più volte in questa zone, ma con scarsi successi.
I pochi indios, nomadi e viaggiatori, che si spingevano sino alle
grandi città avevano raccontato agli scienziati, che erano
riusciti a conquistare la loro fiducia, di una leggenda molto antica
e particolare secondo la quale gli antichi Maya erano riusciti miracolosamente
a sfuggire all’ira di una divinità terribile e feroce,
costantemente assetata di sangue, chiamata Caltiki.
Ma pochi avevano creduto ai racconti dei vecchi indigeni e la fuga
degli antichi abitatori del Messico continua a rimanere un quesito
irrisolto, anche all’inizio del lungometraggio, quando incontriamo
una spedizione antropologica che sta attraversando la giungla
del paese alla ricerca della soluzione del mistero.
Ed è uno di questi scienziati, Nieto (Arturo
Dominici, "La Maschera del demonio", "[La]
Danza Macabra" e "Medusa Contro il Figlio di Ercole"),
che sbuca improvvisamente dalla foresta, tornando da un sopralluogo
alle rovine di Tikel, e si dirige verso il campo base della sua squadra;
il poveretto sembra sconvolto, febbricitante, in preda ad uno shock
isterico, mentre sfinito dal delirio farnetica del suo compagno di
esplorazioni, Ulmer, di un vulcano e della misteriosa
Caltiki. Dai dialoghi apprendiamo che i due ricercatori si erano allontanati
il giorno precedente dal campo per visitare una grotta misteriosa
e che da allora, della coppia, si erano perse le tracce. Ora Ulmer
sembra sparito nel nulla e qualcosa ha spaventato Nieto sino a portarlo
sull’orlo della follia…Ed il folle sopravvissuto, perso
nel suo delirio, sembra volere avvertire i compagni di un pericolo
imminente, che ha a che fare piuttosto da vicino con la dea Caltiki!
Ne il capo della spedizione, il biologo John Fielding (John
Merivale, "Circus of Horrors" e "House
of Mystery") ne l’amico archeologo Max Gunther
(Gérard Herter, "Ursus nella Valle dei Leoni"
e "New York Chiama Superdrago") hanno una qualsiasi
spiegazione logica per le farneticanti parole del collega; non resta
loro che affidare il poveretto alle cure della moglie di Fielding,
Ellen (Didi Perego) ed a Linda
(Daniela Rocca, "Colossus e le Amazzoni"
e "Il Gigante di Maratona"), la mezzosangue compagna
di Max, che si sono aggregate alla spedizione per ragioni che non
ci vengono rivelate chiaramente…
Se da una parte Ellen risente pesantemente di essere stata trascinata
in mezzo alla natura selvaggia, lontana centinaia di chilometri dai
confort di Mexico City e dalla giovane figlia Jenny, Linda, d’altro
canto, non è certamente troppo felice di vedere il suo Max
cercare (con risibili risultati) di conquistare la moglie del socio…
Per quanto riguarda il giornalista Bob (Daniele
Vargas, "L’Arena", "Histoires
Extraordinaires" e "Spirits of the Dead"),
l’ultimo membro del gruppo non nativo del luogo, sembra che
questi sia più interessato all’opportunità di
viaggiare per la foresta riprendendo belle ragazze locali, come quella
che osserviamo danzare durante una cerimonia sacra che gli indios
hanno organizzato in fretta e furia dopo avere capito che la scomparsa
di Ulmer e la repentina pazzia di Nieto hanno qualcosa a che fare
con la terribile figura di Caltiki. In qualsiasi caso, il ritorno
del solo Nieto dalla spedizione alle pendici del vulcano lascia il
gruppo orfano di un componente, per cui John, Max e Bob
debbono partire al più presto, affidandosi alla guida dei nativi,
per recarsi alla grotta che la coppia stava esplorando con la precisa
intenzione di scoprire al più presto il destino del compagno
scomparso.
Mentre la spedizione di soccorso si appresta a raggiungere il luogo
dell’incidente, Ellen e Linda discutono sulla leggenda di Caltiki
e sui sospetti dei locali, che sembrano sempre più convinti
che i ricercatori, con la loro presenza ed i loro scavi, abbiano risvegliato
forze malevoli e terribili, forze che si pensavano essere
state imprigionate per sempre; da qui il pericolo che i portatori
e le guide finiscano per abbandonare la spedizione ed allontanarsi
al più presto da questi luoghi tanto pericolosi, come già
avevano fatto un tempo i loro progenitori.
Intanto le condizioni del povero Nieto sembrano peggiorare di
minuto in minuto.
La spedizione di soccorso inizia ad aprirsi una strada attraverso
il cuore delle rovine della città Maya, raggiungendo alla fine
una profonda depressione; la recente attività sismica del vulcano
sembra avere provocato una spaccatura nel terreno, all’interno
della grotta che i due scienziati stavano esplorando.
L’apertura appena scoperta sembra condurre, in profondità,
ad una caverna ancora più grande e misteriosa di quella principale,
un nuovo ambiente che gli antichi abitatori di Tikel utilizzavano
per …quale scopo? Gli uomini decidono di proseguire all’interno
della frattura, trovano una rampa di scale (chiaramente realizzate
dall’uomo e non dall’erosione naturale) ricavate lavorando
sulla nuda roccia e finiscono con lo scoprire una immensa
camera sotterranea che li lascia senza fiato.
Il luogo è enorme, l’architettura impressionante. Gli
scienziati si trovano innanzi ad una scoperta sconvolgente che minaccia
di modificare per sempre le ipotesi archeologiche elaborate fino a
qual momento; è possibile che questa scoperta possa condurre
a comprendere il motivo della scomparsa di coloro che hanno realizzato
un’opera tanto grandiosa?
Un’enorme piscina occupa la sala, un ambiente
in cui la presenza di un altare sacrificale dominato da un’antica
statua che Fielding riconosce essere quella della dea Caltiki,
provoca una profonda inquietudine, se non
paura, nell’animo degli scienziati.
Una iscrizione sulla parete, all’ingresso della caverna, posta
accanto ad un’antica statuetta costruita per onorare la dea,
recita che "…Caltiki è una, l’unica
Dea immortale…E quando il suo sposo apparirà nel cielo,
il potere di Caltiki distruggerà il mondo!";
purtroppo per loro, i protagonisti della storia scopriranno il significato
dei simboli scolpiti sull’iscrizione soltanto più tardi,
una volta tornati a Città del Messico…
Utilizzando un contatore Geiger, Max esplora l’ambiente circostante,
così da evitare il rischio di essere contaminati in maniera
pericolosa (un vulcano borbotta ancora sulle loro teste, ricordatevelo,
e dove c’è un vulcano è sempre possibile trovare
materiali radioattivi pesanti provenienti dalle viscere del nostro
pianeta…), e finisce per fare una scoperta bizzarra: qualcosa
di fortemente radioattivo sembra trovarsi proprio all’interno
della pozza d’acqua che domina l’immenso ambiente. Un
nuovo mistero sembra aggiungersi alle domande che i ricercatori si
erano posti fino a questo momento, tutta la faccenda sembra un complicato
gioco di incastri e non appena gli scienziati riescono a spiegare
qualcosa, ecco che altre domande si fanno avanti chiedendo a gran
voce una risposta che gli uomini non sembrano in grado di fornire!
Ma le sorprese ancora non sono finite per i protagonisti della pellicola,
la macchina da presa di Ulmer viene ritrovata sulla riva, proprio
accanto alla pozza d’acqua fangosa che ora sembra nascondere
la soluzione del mistero.
Ulmer è forse scivolato in quella trappola
mortale?
A cosa serviva questa sorta di "tempio"
dedicato a Caltiki?
Cosa ha fatto impazzire Nieto e scomparire Ulmer?
I ricercatori decidono di tornare al campo base per cercare di sviluppare
la pellicola contenuta nella macchina, prima di ritornare il giorno
successivo con l’attrezzatura necessaria per immergersi nel
pozzo, convinti di trovare il compagno disperso sul fondo della polla
d’acqua melmosa.
Purtroppo per loro, non possono seguire una carrellata all’indietro
della macchina da presa che rivela al pubblico il corpo di Ulmer,
orribilmente decomposto e nascosto da una roccia,
giusto dall’altro lato dello specchio d’acqua...
Di ritorno al campo, il film viene sviluppato immediatamente ed il
gruppo si riunisce in una delle tende per visionarlo. All’inizio
le immagini mostrano soltanto Ulmer e Nieto impegnati ad esplorare
le rovine e, più tardi, nella camera cerimoniale, lo stesso
Ulmer appare impegnato a riprendere Nieto che osserva la piscina ai
piedi della statua di Caltiki.
Ed è a questo punto che "qualcosa", fuori
dal campo visivo della macchina da presa, attacca lo scienziato mentre
Nieto, fuori di sé dal terrore, cerca di difendersi sparando
all’impazzata con il suo revolver.
Sono molte le ipotesi possibili, ma nulla riesce a dare una spiegazione
logica a quanto è accaduto nella caverna. La notte trascorre
in maniera decisamente agitata: John ed Ellen Fielding hanno un feroce
litigio sulla necessità o meno di lasciare immediatamente la
zona; alla fine della discussione la stessa Ellen annuncia al marito
l’intenzione di partire per Mexico City il mattino successivo.
Max, che ha potuto ascoltare il colloquio, cerca ancora una volta
di circuire Ellen, che lo allontana con decisione.
Intanto Bob approfitta dell’occasione propizia per filmare,
non visto, una danza rituale segreta degli indigeni, un sortilegio
contro il pericolo che rappresentato da Caltiki, ignorando gli
avvertimenti che gli arrivano da Linda sulle terribili conseguenze
che un gesto di tale portata potrebbe causare (avete notato che in
un qualsiasi film di SF i protagonisti dovrebbero darsi costantemente
una sistemata ai gioielli di famiglia, ogni volta che la
classica nativa di turno li avverte della terribile maledizione che
le loro azioni avventate minacciano di provocare?). Naturalmente il
piano dell’uomo viene scoperto ed il giornalista è costretto
ad allontanarsi bruscamente dal campo dei nativi.
Anche Linda e Max hanno un’animata discussione sui piani che
l’uomo sembra avere su Ellen e sulla considerazione che lo stesso
Max sembra provare per la povera Linda, che l’uomo continua
a trattare con un ben poco malcelato disprezzo.
Ellen ed il marito, più tardi, riusciranno a riconciliarsi
e John approverà la prudente decisione della moglie di ritornare
in città, il mattino successivo…
2. "L’accetta",
la migliore amica dell’uomo in un film di SF…
“Sono sicuro di avere fatto solo grandi stronzate.
Sono un artigiano. Un artigiano romantico, di quelli scomparsi. Ho
fatto il cinema come fare le seggiole. Per me girare vuol dire il
trucco, l’invenzione, la magia “
“Come spiega che gli Americani ed i Francesi hanno apprezzato
i suoi film più degli Italiani? “
“Perché sono più fessi di noi“.
Da una intervista di Mario Bava, trovata in Rete.
Il giorno seguente i componenti della spedizione ritornano alla grotta
con l’attrezzatura necessaria per l’esplorazione in profondità
delle acque che si trovano davanti alla statua della dea. E’
Bob ad immergersi nella pozza melmosa e, mentre non trova alcuna
traccia del compagno scomparso, l’uomo scopre sul fondo della
piscina naturale una sorta di antico cimitero, particolarmente affollato
di corpi, o almeno di quello che ne rimane.
I ricercatori avevano sempre saputo che i Maya erano soliti offrire
sacrifici umani per placare l’ira dei loro dei, per esempio
annegando direttamente le vittime nelle acque sacre. La presenza di
decine di scheletri, all’interno della pozza sembra confermare
le ipotesi fatte fino ad ora dagli archeologi.
Molto più interessante è quello che Bob scopre mescolato
insieme alle ossa delle vittime, fra le sabbie del fondo: una vera
e propria fortuna sotto forma di gioielli precolombiani in oro ed
argento!
Riemerso per condividere con i compagni la fantastica scoperta, il
giornalista non sembra propenso ad ascoltare i saggi consigli del
dottor Fielding e preferisce immergersi nuovamente per terminare il
recupero dell’ingente fortuna, che giace sotto la superficie.
Purtroppo, Bob non è destinato a godere di tutto quel ben di
dio: mentre l’uomo fruga con frenesia sempre maggiore fra i
resti umani, per recuperare quanti più preziosi possibile,
non si accorge che qualcosa di enorme e potente si sta avvicinando.
Per Bob non c’è scampo e solo all’ultimo momento
si accorge di quanto sta per accadergli, ma ormai è troppo
tardi; la cosa che ha ucciso Ulmer si scaglia su di lui e
l’ultima immagine che vediamo del giornalista è lo sguardo
terrorizzato dietro la maschera da sub ed il suo urlo silenzioso...
Quando, John e Max riescono a comprendere i segnali che arrivano dal
compagno, e con estrema fatica lo riportano in superficie, i due ricercatori
fanno una scoperta assolutamente sconvolgente: l’uomo è
agonizzante, ed il suo corpo sembra in procinto di andare in pezzi,
come se qualcosa di terribile e mostruoso avesse letteralmente strappato
tutta la sua carne via dalle ossa.
Eppure Bob è ancora vivo!
Non passano che pochi istanti e la creatura che ha assimilato il giornalista
emerge in superficie per proseguire il suo attacco (ed il suo pasto!).
La cosa si presenta come un enorme sacca di un tessuto vivente, composta
da un materiale spesso, ruvido (a prima vista appare come un involto
di tela pesante) e si muove, si contrae ritmicamente, quasi che respirasse.
E la creatura è assolutamente senziente e si dirige chiaramente
verso il gruppo di uomini sulla riva della piscina!
A questo punto scoppia il panico; gli indios terrorizzati cercano
di fuggire dalla caverna guadagnando le scale in maniera disordinata,
mentre John e Max tentano una difesa quanto mai inutile, sparando
con i loro revolver sul mostro, che non appare minimamente risentire
dei colpi ricevuti dalle semplici armi da fuoco; a questo punto, e
molto stupidamente, Max si accorge di avere lasciato il tesoro accanto
al cadavere, e per questo tenta di recuperare il sacchetto di gioielli
rimasto sul corpo del giornalista, solo per finire con l’inciampare
malamente e lasciare il braccio destro completamente assorbito nella
massa ribollente della viscida creatura.
Soltanto la prontezza di spirito dell’amico salva la vita all’avido
arrivista; infatti John riesce a tagliare, utilizzando un’accetta
abbandonata sul pavimento della caverna dai nativi in fuga, una piccola
porzione del mostro, sottraendo così Max al suo mortale contatto.
Purtroppo per il braccio dell’uomo sembra non esserci più
nulla da fare…
Avere perso una parte del proprio corpo, però, non sembra essere
motivo sufficiente a fermare il cammino del mostro, che continua ad
avvicinarsi pericolosamente ai superstiti. Ancora una volta è
la prontezza di spirito del dottor Fielding a salvare la situazione:
il capo dei ricercatori attacca la creatura utilizzando una delle
cisterne per il carburante che la spedizione aveva lasciato per gli
approvvigionamenti futuri nella foresta. Dopo aver diretto il mezzo
verso l’ingresso della grotta, l’uomo riesce appena in
tempo a saltare ed allontanarsi, prima che l’esplosione del
carburante finisca per investire direttamente la cosa e consumarla
completamente con un abbraccio infuocato!
No, un momento.
Forse dovremmo dire "quasi completamente", dal
momento che l’azione di Fielding ha distrutto quello che sembrava
essere il corpo principale del mostro. Rimane ancora un "piccolo",
si fa per dire, pezzo della creatura, la porzione che John ha troncato
di netto dalla entità e che è rimasta attaccata al braccio
di Max.
A questo punto il resto del film diventa assolutamente prevedibile
(ma per questo non meno avvincente). John, dopo avere trasportato
con un aereo l’amico a Messico City, riuscirà a portarlo
in ospedale dove i resti del mostro verranno separati dal corpo dell’archeologo,
in una scena decisamente impressionante per l’epoca, in cui
scopriremo che del braccio di Max non rimangono che pochi
tessuti e le nude ossa…
Al ricercatore non resta altro da fare che studiare il comportamento
di ciò che rimane della creatura insieme al Professor Rodriguez
(Vittorio André, "La Morte ha Fatto l’Uovo")
ed al suo assistente (Giacomo Rossi-Stuart, "Il
Pianeta Errante" e "La Morte Viene dal Pianeta
Aytin"), nella speranza di trovare un antidoto che contrasti
gli effetti tossici della sostanza che l’entità ha rilasciato
nel sangue di Max, mentre cercava di divorarlo.
Le investigazioni del gruppo di ricercatori sono destinate a lasciare
anche il pubblico di stucco. Innanzitutto la creatura, ciò
che gli indigeni avevano considerato al pari di una dea, Caltiki,
capace di minacciare con la sua fame di sangue e proteine l’esistenza
di un’intera civiltà, è un enorme organismo
unicellulare, capace di assorbire qualsiasi sostanza organica
capiti a tiro per alimentarsi. Ma la cosa che colpisce maggiormente
i ricercatori è il risultato della datazione al carbonio effettuata
su di un frammento della cosa: Caltiki avrebbe una età di circa
venti milioni di anni, dimostrandosi di essere, in definitiva,
immortale.
Intanto il tempo passa ed il problema sembra complicarsi ulteriormente:
da una parte le ricerche biologiche del professor Fielding sembrano
avere raggiunto un punto morto, senza che questi sia riuscito minimamente
a spiegare come l’essere chiamato Caltiki sia stato generato,
ne come trovare un rimedio capace di salvare la vita a Max. Inoltre
il problema dell’archeologo si fa pressante di ora in ora; il
medico che ha in cura l’uomo sembra convinto che la tossina
presente nel suo sangue stia continuando a "digerirlo"
lentamente e, molto presto, la sostanza finirà per iniziare
ad intaccare le cellule nervose dell’uomo, trasformandolo irrevocabilmente
in un pazzo scatenato e pericoloso.
Non che Max sia proprio in forma, almeno da quanto riusciamo a capire
del colloquio che in ospedale in dottor Fielding ha con il ferito;
e la notizia che anche il povero Nieto è morto, dopo una lunga
agonia, non aiuta certamente a rasserenare gli animi…
E come se non bastasse si scopre che ciò che resta dell’organismo
monocellulare è significativamente radioattivo
e capace di assorbire la radioattività da una sorgente
esterna, trasformandola e crescendo in maniera incontrollata, quando
sottoposto a forti dosi di radiazioni gamma.
A questo punto il dottor Fielding ha un’intuizione vincente:
è possibile che, all’inizio dei tempi, quando la vita
iniziò ad affacciarsi sulla superficie del nostro pianeta,
una semplicissima creatura monocellulare sia stata trasformata dalle
radiazione provenienti dallo spazio, che la sottile atmosfera primigenia
della Terra con riusciva a fermare. Ed ecco che, invece di mutare
in una creatura più complessa, aggregandosi con altre cellule,
Caltiki sia diventata il mostro predatore che ora noi tutti conosciamo…
Naturalmente nessuna di queste scoperte sembra in grado di aiutare
Max, rivelando la natura del veleno che lo ha colpito, oppure il modo
per renderlo inoffensivo.
Non passa molto tempo e l’uomo riesce a fuggire dalla clinica
dove si trova ricoverato, dopo aver percosso selvaggiamente, ed ucciso,
l’infermiera che doveva controllarlo. Ormai fuori di senno,
Max riesce ad eludere le forze di polizia lanciate alla sua ricerca,
rischiando di cedere alle pulsioni omicide, indotte dal veleno della
dea, nel momento in cui una semplice ragazzina rischia di scoprirlo,
per raggiungere alla fine la casa dell’amico John, guidato dalla
sua mente oramai sconvolta e dal ricordo ossessivo di Ellen…
Linda, invitata dai Fielding a rimanere presso di loro in attesa di
vedere Max uscire dall’ospedale, non si rende conto del pericolo
che corre ed accoglie il pazzo nel seminterrato dell’abitazione
degli amici, nascondendolo e sfamandolo! Ben presto però,
la donna realizza di avere davanti un uomo profondamente cambiato
ed inizia ad avere paura per la propria vita e per quella dell’amica
e della giovane figlia.
Avere uno dei personaggi della pellicola fuori come un balconcino
vi sembra abbastanza?
No? Allora vi farà piacere sapere che il Professor Rodriguez,
dopo una visita alla casa dei Fielding, sembra sul punto di arrivare
ad una terribile conclusione, dopo aver rivisto le antiche leggende
dei Maya e la criptica iscrizione che abbiamo già visto nella
caverna dove dimorava il mostro, analizzando quanto successo secondo
un diverso punto di vista...
Basandosi sulle informazioni contenute nei documenti storici, e non
solo, che avevano come soggetto la dea, il Professore aveva continuato
a rimuginare sulle parole della profezia che raccontava dell’arrivo
di uno sposo venuto dal cielo per Caltiki, sposo che l’avrebbe
liberata e le avrebbe donato tanto potere da distruggere il mondo.
Effettivamente, alla luce delle nuove scoperte sulla fisiologia del
mostro, Caltiki è una (un essere monocellulare) ed
immortale (il mostro ha più di 20 milioni di anni),
esiste la possibilità che un evento nel passato abbia coinciso
con la caduta dell’impero Maya e che gli storiografi dell’epoca
abbiano lo abbiano interpretato come una manifestazione soprannaturale…
Lo scienziato si rende improvvisamente conto che la scomparsa della
civiltà Maya intorno al 607 AD deve avere coinciso
perfettamente con un evento singolare nel cielo del Messico, un fatto
che sacerdoti hanno voluto interpretare come un infausto presagio
e che in qualche modo ha scatenato la voracità della creatura
che dimorava nella pozza d’acqua al centro di Tikel!
E se fino a quel momento il mostro era rimasto in qualche maniera
sotto controllo (come testimoniano i resti umani trovati sul fondo
della piscina sacrificale), dopo l’apparizione dello sposo
di Caltiki, i nativi erano stati costretti abbandonare precipitosamente
quei luoghi per salvarsi la vita.
Ma cosa aveva provocato la furia del mostro?
La soluzione al problema si trova sotto gli occhi degli scienziati,
che non impiegheranno molto a sbrogliare l’intricata matassa:
è sufficiente rivolgersi ad un astronomo locale che conferma
loro la presenza di una specifica cometa (Arsinoe,
caratterizzata da un’orbita intorno alla Terra di 1352 anni,
lo sposo celeste della profezia…), proprio contemporaneamente
alla diaspora delle popolazioni Maya, un corpo celeste che si è
rivelato estremamente radioattivo!
Abbiamo già visto quanto il frammento recuperato dal braccio
di Max si sia rivelato estremamente sensibile alle radiazioni…
Ma il pericolo è ben altro! Il ritorno del corpo celeste attraverso
l’atmosfera del nostro pianeta è imminente, anzi, sembra
essere già arrivata nei pressi della Terra proprio mentre i
ricercatori ne stanno discutendo… La cometa sembra essere ‘particolarmente
radioattiva’, e quindi capace di saturare, anche se per
un breve periodo ed in modo non pericoloso per gli esseri umani, la
nostra atmosfera con radiazione gamma, provocando non solo la crescita
del frammento in possesso degli scienziati, ma anche la sua replicazione!
Il mostro, stimolato da una dose eccessiva di energia, potrebbe riprodursi
all’infinito e minacciare direttamente la razza umana; un pericolo
immediato che richiede la tempestiva distruzione, a mezzo fuoco, del
frammento che gli scienziati hanno studiato sino a quel momento e
che sta mettendo in subbuglio il laboratorio di ricerca del Professor
Rodriguez, dove il Dottor Fielding viene richiamato d’urgenza…
Non fosse che proprio Fielding ha lasciato un campione di Caltiki
rinchiuso in un contenitore di vetro, dentro il suo laboratorio, nel
seminterrato di casa… Recuperare il frammento di un mostro
mangiacristiani, indistruttibile, praticamente eterno, e conservarlo
nel garage di casa, non è certamente una grande idea, non
trovate?
Mentre tutta questa girandola di avvenimenti ha luogo, il Professor
Rodriguez tenta di mettersi in contatto telefonico con Fielding (Max
ha tagliato i fili del telefono, nella migliore tradizione del film
di fantascienza) e, dopo aver mandato al suo laboratorio il fedele
assistente, troverà la morte mentre si reca a casa del biologo
per avvertire il collega di eliminare quello che resta del mostro
chiuso nel suo seminterrato.
Naturalmente non appena la cometa arriva abbastanza vicina alla Terra,
le varie parti di Caltiki iniziano a crescere in maniera incontrollata,
e se nel laboratorio del povero Rodriguez gli scienziati riescono
in qualche maniera, e non senza fatica, ad arrostire il simpatico
"budino" (unica perdita l’incauto guardiano notturno),
nel laboratorio di casa Fielding la cosa ha tutto il tempo di crescere,
infrangere il vetro del contenitore dove veniva conservata, e cercare
di guadagnare allegramente l’uscita, crescendo a dismisura ed
iniziando la procedura di riproduzione…
E si sa, riprodursi mette appetito!
La situazione sembra precipitare: Fielding si rende conto del pericolo
che la moglie e la figlia stanno correndo e quindi lascia il laboratorio
di Rodriguez per raggiungerle, dopo aver fatto avvertire le autorità
di Messico City perché mandino *immediatamente*
mezzi dell’esercito dotati di lanciafiamme
presso la sua abitazione. Naturalmente verrà fermato ad un
posto di blocco della polizia, scambiato per un mitomane oppure un
alcolizzato e sbattuto repentinamente in galera.
Sarà necessario per il dottore organizzare una rocambolesca
evasione, che gli permetterà di trascinarsi dietro tutta la
polizia locale, nella speranza di arrivare in tempo a salvare la sua
famiglia!
Ellen, la figlia e Linda si ritrovano intrappolate da Max nella villa,
mentre i frammenti della creatura, stimolati dall’aumento della
radioattività nell’atmosfera, hanno continuato a riprodursi
in maniera incontrollata, crescendo senza freni…
L’archeologo, ormai completamente "fuori di zucca"
a causa della tossina del mostro, tenta di trascinare via con sé
Ellen, ma Linda, che ancora è innamorata dell’uomo, cerca
di aiutare l’amica e lo affronta coraggiosamente, ma il pazzo
la uccide con un colpo di pistola, per poi tornare
ad occuparsi della donna di cui è, da sempre, segretamente
innamorato.
Il rumore dei frammenti che si riproducono nel laboratorio del dottor
Fielding scatena l’ira di Max, che li ha scambiati per il marito
della donna, finalmente giunto alla villa per affrontarlo. La paranoia
spinge l’uomo a fronteggiare quello che la sua mente malata
gli fa credere di essere il suo peggiore avversario, pronto ad ucciderlo
con il suo revolver, e per far questo si avvicina un po' troppo alla
vetrata che da sul laboratorio della villa… Ed una delle
creature irrompe nella sala!
Mentre Ellen riesce ad allontanarsi appena in tempo, raggiungendo
l’altra estremità della stanza, il povero Max viene circondato
dalla creatura che inizia subito ad assorbirlo.
Quando il mostro si ritirerà, dopo una scena fra le più
drammatiche nel film, del pazzo non sarà rimasto che un corpo
parzialmente digerito, con i bulbi oculari intatti, che ancora guardano,
con la fissità della morte, direttamente verso la macchina
da presa.... Ma siamo sicuri che Max sia veramente già morto?
Quindi il corpo viene riassorbito all’interno della massa gelatinosa
per essere completamente divorato.
Il resto della pellicola non presenta particolari sorprese: la polizia
e l’esercito hanno raggiunto la casa, assieme al dottor Fielding,
mentre un numero sempre crescente di creature la tiene d’assedio.
L’intervento dei lanciafiamme, permette al dottore di liberare
la moglie e la figlia, non senza un’acrobatica evoluzione su
di una traballante scala di legno, mentre le forze armate ed i poliziotti
fanno letteralmente alla brace le varie manifestazioni di Caltiki,
che si rivela essere tutt’altro che immortale… Per nostra
fortuna, almeno! Inquietante l’ultima incarnazione del mostro,
un immenso Caltiki, molliccio e tremolante, che va a fuoco nel parco
della casa di Fielding, mentre la villa crolla sulle creature più
piccole, passate "alla fiamma"! Una fine ingloriosa
per un Mostro Immortale…!
3. Io Blobbo, Tu Blobbi, Egli BLOB!
Non sono partito dall’idea di creare in Italia un genere
fantastico, la mia è stata semplicemente una sorta di ribellione
ai luoghi comuni della critica ufficiale cinematografica. Ho voluto
dimostrare che anche in Italia é possibile realizzare tutti
i tipi di film, anche quelli che esulano dalla nostra cultura.
Riccardo Freda, 24/02/1909, Alessandria d’Egitto - 20/12/1999,
Roma.
"Caltiki, il Mostro Immortale" rappresenta
il primo ed ultimo, efficace tentativo fatto dalla cinematografia
italiana di non mancare il boom delle pellicole di fantascienza che
aveva caratterizzato i primi anni ’50, con opere anglosassoni
e statunitensi quali "Destinazione Luna" (Destination
Moon, 1950) di Irving Pichel e "La Cosa da
un Altro Mondo" (Who Goes Here, 1952) di Christian
I. Nyby. Soltanto più tardi il cinema italiano riuscirà
ad insegnare ancora qualcosa ai colleghi d’oltreoceano con la
realizzazione del lungometraggio "La Morte Viene dallo Spazio"
(1958) del regista Paolo Heusch, un opera capace di ispirare (in epoca
più tarda) alcuni lavori di notevole successo quali "Meteor"
(1979) diretto da Ronald Neame ed "Armageddon"
(1998) di Michael Bay.
[Una nota a parte va fatta per "Terrore
nello Spazio", realizzato qualche anno
più tardi dalla stesso Mario Bava,
a cui si ispirerà un certo Ridley Scott
per una sua operina minore, "Alien"…
Comunque non mi dilungo oltre perché vorrei potere dedicare
a questo film, mi riferisco a "Terrore nello Spazio"
ragazzacci non ad "Alien",
un articolo intero! ]
Riccardo Freda e Mario Bava si erano già trovati a
lavorare insieme per la realizzazione di uno dei capolavori
del cinema horror/gotico italiano, "I Vampiri"
(1956) , opera di grande respiro, assolutamente innovativa per l’epoca,
capace di dimostrare, senza alcuna ombra di dubbio, le straordinarie
capacità dei due geni assoluti del nostro cinema.
Questa pellicola, iniziata da Freda e completata dall’amico,
dopo che il primo aveva deciso di abbandonare la produzione a pochi
giorni dall’inizio delle riprese, pur diventando uno dei punti
di riferimento per l’immaginario fantastico ed orrorifico in
Italia, non riscosse nel nostro paese il meritato successo (trasformandosi
in oggetto di culto in ambienti più maturi, quali la Francia
e gli Stati Uniti, tanto che registi quali Quentin Tarantino citano
spesso sia Freda che Bava come i loro principali numi ispiratori);
eppure rappresentò il banco di prova su cui testare i futuri
progetti della cinematografia di casa nostra. Se i critici ed il pubblico
non erano in grado di considerare benevolmente una pellicola di questo
genere, diretta da un regista italiano, allora si sarebbe reso necessario
enfatizzare l’identità anglosassone e/o americana del
prodotto nei progetti successivi… Caltiki diventa
così un ulteriore tentativo di Freda, con il supporto e l’aiuto
di Bava, di conquistare finalmente il filone della SF cinematografica,
normalmente appannaggio degli studios Britannici ed Americani, comunemente
definito del "monster on the loose" o del mostro
in libertà, un progetto pienamente riuscito, ma che rimarrà
una solitaria voce nel deserto per molti, moltissimi anni a venire.
Nel tentativo di convincere il pubblico nostrano di essere alla presenza
di un’opera comunque non italiana,
i realizzatori della pellicola, oltre che con l’americanizzare
i nomi di tutti gli attori che provenivano dal nostro paese, si erano
assicurati una collaborazione con il produttore statunitense Samuel
Schneider della Climax Pictures, che non soltanto avrebbe
assicurato una capillare distribuzione in USA attraverso la Allied
Artists, ma anche la possibilità di utilizzare un
cast estremamente variegato, rispetto a quello che poteva essere disponibile
ad una normale produzione italiana, introducendo un significativo
numero di interpreti angloamericani già avvezzi a pellicole
di questo tipo. Contemporaneamente, nel tentativo di spostare
l’attenzione del pubblico dalle atmosfere dichiaratamente europee
che avevano limitato l’apprezzamento de "I Vampiri"
(il film era ambientato in una Parigi ricostruita alla perfezione
sul lungo Tevere, tanto da stupire con la sua precisione gli stessi
critici e spettatori francesi) , lo sceneggiatore Filippo
Sanjust decise di ambientare la storia nel Messico contemporaneo,
fornendo alla vicenda un background esotico ed affascinante, che sembra
provenire direttamente dalle più cupe leggende sudamericane,
ricche di miti sanguinari e quindi topiche per questo tipo di lungometraggio,
localizzandolo poi vicino agli Stati Uniti, così da assicurare
alla narrazione una sorta di "patente" del genere
che ne enfatizzi le credenziali internazionali. Nella realtà
se non si considerano alcuni filmati originali che ritraggono rovine
Maya ed Azteche assolutamente reali, le location riprese nella pellicola
si trovano nella ben più vicina, ed accessibile, Spagna…
[Chi avrà la bontà di acquistare il DVD del film,
potrà godere anche di un’interessante introduzione all’opera
da parte di Luigi Cozzi che afferma, nell’intervista in questione,
come Caltiki sia stato girato in Italia, nelle vicinanze di Roma e
che le scenografie tanto convincenti siano opera della genialità
di Bava e della stesso Filippo Sanjust].
Non mi fraintendete, sebbene fino a questo momento, il contributo
del nostro paese nella cinematografia del genere fantastico fosse
assolutamente risibile, non dovete essere spinti a credere che "Caltiki,
il Mostro Immortale" fosse del tutto a digiuno dalle convenzioni
e dalle novità che in questo genere provenivano da entrambe
le sponde dell’Atlantico.
L’anno precedente alla realizzazione del film di Freda, uno
dei successi più eclatanti (duraturi ed "omaggiati"
negli anni successivi) fu il fondamentale "Fluido Mortale
- The Blob" ("The Blob!", 1958)
di Irwin S. Yeaworth, a cui Caltiki deve decisamente parecchio.
In questo film assistiamo all’arrivo sulla Terra di una massa
amorfa, di un inquietante rosso ciliegia, contenuta in un meteorite,
che una volta liberata sul nostro mondo, inizia ad assorbire qualsiasi
creatura organica superiore cui viene in contatto, aumentando contemporaneamente
le proprie dimensioni e finendo per minacciare la vita dei cittadini
di una piccola comunità rurale americana e quindi l’intero
pianeta. Sanjust (La Freccia d’Or, 1962) aveva certamente
rielaborato molte delle idee presenti nel lavoro di Yeaworth, come
ad esempio l’attacco della creatura alla sua prima vittima,
un anziano vagabondo che, trovato il meteorite, stuzzica la massa
rossastra utilizzando un bastone, e le caratteristiche fisiche e dinamiche
del materiale organico di cui era composta l’entità.
Ma non per questo Caltiki rimane una semplice scopiazzatura
di The Blob: lo sceneggiatore, infatti è riuscito
ad interpretare in maniera completamente personale le idee che aveva
tratto dalla pellicola statunitense, ottenendo sequenze di grande
impatto drammatico, quali l’attacco della creatura nei confronti
di Max ed il tentativo della massa di divorarlo partendo dal braccio
destro, decisamente più sconvolgente del progressivo assorbimento
del vecchio in The Blob, oppure la scena del frammento di
creatura in casa Fielding, che inizia a crescere indisturbato e manda
in frantumi la parete di vetro che lo divide dalle sue ignare prede
umane…
Ma il film di Irwin Yeaworth non fu il vero capostipite del genere;
furono ben due i lavori provenienti dalla terra d’Albione che
possono fregiarsi della palma d’iniziatori in questo campo,
entrambi realizzati da una vera e propria istituzione nel campo della
cinematografia fantastica: gli Hammer Studios inglesi.
Il primo lungometraggio a parlare di una forma di vita gelatinosa,
molto più vicina al Blob che a Caltiki è "X-The
Unknown" (X Contro il Centro Atomico, 1956), in
origine un progetto di Joseph Losey ma completato successivamente
da Leslie Norman. La storia non si discosta molto dal cliché
del genere: una enorme massa organica fuoriesce dalle profondità
della terra e, in maniera molto simile a quanto abbiamo già
visto, la forma di vita inizia ad alimentarsi assorbendo radiazioni
ed assimilando le proprie vittime organiche. Probabilmente le scene
che vedono i ricercatori analizzare la caverna del pozzo con il contatore
Geiger ed alimentare il frammento di Caltiki recuperato dal braccio
di Max, con massicce dosi di raggi Gamma utilizzando un Betatrone
(?), si rifanno direttamente alla trama di "X-The Unknown".
Molto più famoso del suo comunque notevole predecessore (che
molti di noi appassionati vorrebbero potere, ahimè, vedere
in DVD anche nel nostro paese…) è il la seconda
produzione della Hammer, che ha riscosso e continua a riscuotere un
notevole successo fra gli appassionati, l’inarrivabile "L’Astronave
Atomica del Dottor Quatermass" (The Quatermass Experiment,
1955) diretto magistralmente da Val Guest.
Inevitabile il parallelo fra la creatura che prende gradualmente il
controllo della mente e del corpo dell’unico sopravvissuto al
viaggio della nave costruita dal Dottor Quatermass, sino a trasformarlo
in una entità aliena e mortale, ed il destino del personaggio
di Gerard Herter, infettato dal contatto con Caltiki e lentamente
devastato nella mente dalla tossina che il mostro ha rilasciato nel
suo sangue. Altri spunti che arrivano direttamente dal "The
Quatermass Experiment" sono le scene fra Herter e la sua
compagna Linda, mentre questi giace in un letto d’ospedale e
la sua fuga dal nosocomio in aperta campagna, inseguito dalla polizia,
quando, come nel caso del personaggio principale di Val Guest, Max
deve combattere l’insano desiderio di uccidere una ragazzina
che l’uomo incontra mentre tenta di nascondersi dalle forze
di polizia che lo braccano.
Al di là dei molteplici punti di contatto con le opere che
lo hanno preceduto, "Caltiki, il Mostro Immortale"
presenta anche numerosi spunti ed intuizioni che lo rendono
del tutto particolare ed originale: l’idea di una creatura incredibilmente
antica e longeva, per esempio, tanto da spingere il popolo Maya a
considerarla una divinità, oppure il fatto che una tale forma
di vita sia basata sulla trasformazione della materia organica che
ricava assimilando gli esseri viventi che riesce a catturare, uomini
compresi. Sviluppare la narrazione attraverso la scoperta del tempio
che le popolazioni autoctone avevano eretto (o sarebbe meglio dire
scavato) per contenere la creatura e proteggersi dalla sua
sete di sangue, ipotizzare che le genti di Tikel dovessero assicurarsi
di placare costantemente l’appetito di Caltiki, attraverso numerosi
sacrifici umani, infonde nella pellicola un’atmosfera di plausibilità
scientifica che latita in altri lavori. Certo The Blob e
X-The Unknown possono dimostrarsi più avvincenti nella
loro realizzazione, ma la vicenda raccontata in Caltiki non difetta
certo di realismo... Una creatura proveniente dal lontanissimo passato
della Terra, generata dal nostro pianeta quando ancora la sua superficie
era estremamente radioattiva e la poca atmosfera rendeva impossibile
resistere alle radiazioni provenienti dallo spazio (da qui la
sensibilità del bestione ai raggi gamma), dotata di un
sistema digestivo piuttosto semplice (succhi gastrici esterni,
mancanza di uno stomaco, assorbimento diretto dei tessuti predigeriti)
e da una struttura biologica estremamente primitiva (una sola,
gigantesca cellula che obbedisce alle più semplici regole della
vita, nutrirsi e moltiplicarsi). Anche l’ipotesi che l’essere
risulti sensibile all’influenza di un corpo celeste, opportunamente
dotato della necessaria carica radioattiva e della leggenda che vuole
Caltiki pronta a distruggere il mondo, non fa altro che rendere più
verosimile il lungometraggio e preparare il pubblico ai diversi colpi
di scena finali.
Più di un critico ha voluto avvicinare la sceneggiatura dell’opera
ai lavori dello scrittore fantastico americano H.P. Lovercraft
ed al suo pantheon abbietto e mostruoso dei "Grandi Antichi";
personalmente trovo una soluzione di questo tipo estremamente forzata.
Anche ammettendo che il regista e/o lo sceneggiatore conoscessero
le opere del "Solitario di Providence" le soluzioni
stilistiche e la trama del film si sviluppano attraverso binari diametralmente
opposti alla ipotesi che stanno alla base delle idee dello scrittore
americano. Caltiki non è una creatura che proviene dal di fuori
del nostro universo, della nostra realtà, anzi, è più
che mai legata al nostro mondo, alle sue leggi fisiche. E proprio
una delle manifestazioni fisiche più comuni, la combustione
di materiale infiammabile, permetterà alle forze armate messicane
di fare piazza pulita della creatura, e definitivamente!
4. Italians Do It Better…
"Non mi sono mai messo su un piedistallo. So solo che in
Italia ero il migliore".
Mimmo Calopresti, "Un uomo solo, incontro
con Riccardo Freda"
" […] L’incontro determinante
avviene però nel 1956: Bava viene chiamato a collaborare con
Freda alla realizzazione de I vampiri, il film che è considerato
il capostipite del cosiddetto gotico italiano. L’intervano di
Bava si rivela fondamentale, tanto che si pensa che il film sia più
suo che di Freda. Ha dichiarato Freda a proposito: ” Nei Vampiri
facemmo a gara per ricreare gli esterni di Parigi alla Scalera film.
A Parigi si rifiutarono di credere che quel LungoSenna
fosse girato in un cortile con l’aiuto di qualche trasparente.”
Mauro Madini, "Mario Bava"
A differenziare l’opera italiana dai lavori anglosassoni anche
la decisione di fare di Caltiki una creatura in costante trasformazione.
L’essere unicellulare immaginato da Freda e da Sanjust non si
limita a crescere a dismisura, come i suoi cugini che si erano già
visti ne X-The Unknown ed in The Blob, ma dà
anche il via ad un processo di replicazione,
che il pubblico immaginerà da subito essere inarrestabile,
scindendosi in due parti e generando nuove creature altrettanto voraci…
Creature che sembrano particolarmente attirate dall’acqua…
La necessità di realizzare il tempio per l’essere originale
nelle vicinanze di un pozzo, che assicuri una grande quantità
del prezioso liquido a disposizione dell’entità, l’ossessione
di Max per l’acqua mentre si trova piantonato in ospedale e
la sua affannosa ricerca che lo porta a servirsi di qualsiasi sorgente
a sua disposizione mentre si dà alla fuga, fosse anche una
semplice pozza di fango, ci fanno sospettare che l’avere trovato
Caltiki sul fondo di una piscina naturale non sia una semplice coincidenza…
Allo stesso modo il procedere della "malattia"
dell’uomo appare più come una infezione, che una semplice
intossicazione. I dialoghi che seguiamo fra il personaggio interpretato
da Herter e la sua compagna Linda fanno sospettare che il contatto
con l’essere mostruoso non si limiti alla semplice assimilazione
a scopo alimentare; l’uomo parla alla ragazza di un potere,
di una forza distruttiva che ora attraversa il suo corpo, quasi che
una trasformazione, molto simile a quella vista in "L’Astronave
Atomica del Dottor Quatermass" si stia compiendo anche questa
volta.
Da una parte è possibile che Caltiki utilizzi le proprie vittime
anche come agenti umani, una sorta di ibrido mostruoso capace di spostarsi
indisturbato fra le creature della propria specie senza suscitare
sospetti, consentendo all’essere unicellulare di sviluppare
i propri piani per la conquista del pianeta (un plot tipico per i
film di fantascienza della fine degli anni ’50, quando il pericolo
dallo spazio poteva manifestarsi ovunque); ancora esiste la possibilità
che le prede eventualmente sfuggite al mortale abbraccio possano comunque
diventare ignari vettori del mostro, capaci di spargere in un’area
maggiore una parte della creatura e che una volta attivati possano
assicurare una maggiore diffusione di altri organismi simili all’essere
originale.
La decisione di non approfondire queste idee, appena abbozzate dalla
sceneggiatura, hanno sicuramente risparmiato agli appassionati un
noioso "Caltiki, il Mostro Immortale II" ma hanno
anche privato la storia di un interessantissimo subplot…
Pur essendo dichiaratamente un opera di SF, la seconda parte del lavoro
di Filippo Sanjust si tinge decisamente di noir, in modo particolare
quando l’ormai folle Max irrompe nella casa dei Fielding nel
tentativo di rapire la padrona di casa ed al termine di un confronto
serrato finisce per colpire a morte l’unica persona che l’aveva
amato in tutto il film.
In questo caso vengono alla luce le grandi capacità di Mario
Bava , che riesce ad elaborare una sottotrama piuttosto debole, puntando
l’attenzione sul pericolo che il personaggio di Ellen si ritrova
ad affrontare, Caltiki e la sua progenie da un lato ed il personaggio
di Herter, trasformato dalla follia, dall’altro.
Estremamente lontano dalle pellicole di genere inglesi ed americane,
che volevano una interpretazione del noir più realistico, con
un approccio quasi documentaristico, "Caltiki, il Mostro
Immortale" si fa subito notare per il suo taglio del tutto
particolare, per il metodo di espressione visiva scelto dal regista,
con una gestione molto precisa e personale del bianco e nero
e per l’utilizzo di scenografie molto grandi, come l’enorme
camera cerimoniale Maya dedicata alla dea Caltiki, dove Bava, da buon
direttore della fotografia, si era sbizzarrito nell’utilizzo
di specifici obiettivi che gli consentivano di dare maggiore enfasi
agli spazi del lungometraggio, così da disorientare lo
spettatore. Allo stesso modo le riprese dal basso, sapientemente illuminate,
mettevano l’accento sulla corruzione fisica e psicologica del
personaggio di Max, una intuizione del regista che rende ancora più
angosciante lo sviluppo della vicenda.
Ancora si discute ampiamente su quali parti del film siano da attribuirsi
completamente alla direzione di Riccardo Freda e quali, invece, siano
farina del solo sacco di Mario Bava…
Infatti, come era già accaduto, il carattere decisamente sanguigno
del primo lo aveva spinto ad abbandonare il set soltanto dopo pochi
giorni dall’inizio delle riprese e la produzione (anche se la
vox populi spergiura che sia stato lo stesso Freda ad attivarsi per
coinvolgere il vecchio amico) non ebbe altra scelta se non offrire
a Bava la possibilità di completare il lungometraggio…
[Anche su questo problema l’introduzione di Luigi Cozzi,
nei contenuti speciali del DVD ci viene in aiuto, suggerendo che le
scene del film siano state girate tutte da Riccardo Freda e che Mario
Bava sia poi intervenuto in un secondo tempo, dopo l’abbandono
dell’amico, per terminare il montaggio della pellicola…
].
Molto probabilmente sono da attribuirsi a Freda le scene melodrammatiche
che vedono affrontarsi il dottor Fielding e la moglie, con Max che
successivamente cerca di sedurre la donna e la compagna di questi
che assiste al tutto con malcelato rincrescimento. Anche il ritmo
narrativo della vicenda, estremamente lento nella prima parte e difficile
da seguire per un pubblico poco tollerante, deve essere sicuramente
attribuito a Freda. Problematico (e noioso) il dialogo di questa parte
nella versione originale, che divenne addirittura atroce con il doppiaggio
inglese. Un problema che ha frenato non poco l’apprezzamento
dell’opera nel nostro paese ed all’estero… Freda
avrebbe anche realizzato le scene per così dire di ballo "esotico"
realizzate da Gay Pearl (Il Ladro di Bagdad,
1961), che introducono nella pellicola un’influenza africaneggiante,
piuttosto che proveniente dal sud america!
L’avvicendamento tra Freda ed il collega Bava non fu sicuramente
indolore: la produzione si trovò improvvisamente nei guai e
venne richiesto al nuovo regista di elaborare la pellicola in profondità,
scelta necessaria per rispettare tempi e costi. Il risultato del lavoro
di Mario Bava non supera i 76 minuti e mostra parecchie scene realizzate
con veri e propri escamotage visivi (ad esempio l’improvvisa
crescita del mostro nel laboratorio del Professor Rodriguez, che intuiamo
osservando le ombre dei ricercatori attaccati da Caltiki riflettersi
sui muri); a sostegno della necessità di rimpinguare il materiale
disponibile con il sufficiente girato necessario alla realizzazione
del film abbiamo i dialoghi fra Ellen e Linda e la sottotrama del
dottor Fielding arrestato dalla polizia messicana.
Bava viene tuttora considerato come uno dei più importanti
registi europei nel genere fantastico e questa grande considerazione
continua ad essere testimoniata dal modo particolarmente creativo
che il regista stesso aveva di utilizzare le luci, le macchine da
presa e le miniature, per creare un’atmosfera veramente "disturbante"
nelle scene chiave delle sue storie. Provate ad osservare con attenzione
la scena dove Nieto sbuca dalle rovine della città Maya, nel
bel mezzo di una eruzione vulcanica. L’utilizzo di una particolare
illuminazione diffusa dal fondo della scena, insieme ad un sapiente
gioco di fumi colorati, riesce a ricreare un’atmosfera angosciante,
che sa realmente di un altro mondo. Oppure osserviamo la scena in
cui Bob scende ad esplorare il fondo della piscina, nella caverna
sacra al mostro... Al di là delle particolareggiate miniature
utilizzate alla fine del film, il magistrale gioco di luci, il sapiente
utilizzo di una fotografia che potremmo definire di atmosfera
ed una colonna sonora inquietante ed evocativa, realizzata da Roberto
Nicolodi (I Tre Della Paura, 1963), rappresentano
i veri punti di forza di "Caltiki, il Mostro Immortale",
combinati con la capacità degli autori di realizzare un film
caratterizzato, nella sua intera durata, da un’aura realmente
macabra, capace di crescere angosciosamente, mano a mano che la narrazione
procede.
I più attenti fra di voi avranno anche sottolineato un particolare
decisamente interessante: come vi ho fatto notare all’inizio
del film, dopo il primo attacco del mostro agli scienziati nella caverna,
la squadra di soccorso rinviene una macchina da presa,
che apparteneva al primo dei ricercatori scomparsi. Si è accesa
una lampadina nella vostra testa? Ma andiamo avanti. Il dottor Fielding,
Max e Bob recuperano il film e lo riportano al campo per svilupparlo,
assistendo in qualche maniera alla prima apparizione di Caltiki…
Ora dovreste averlo capito. Gli appassionati del filone horror si
saranno già alzati sulla sedia citando ad alta voce uno dei
film più controversi e censurati della cinematografia italiana,
quel "Cannibal Holocaust" di Ruggero Deodato
(1979), che ancora oggi rimane bandito dalle sale di proiezione di
molti paesi. E comunque il film di Deodato non rappresenta l’omaggio
più famoso all’ingegno di Mario Bava; qualcuno di voi
ricorda un vero e proprio fenomeno mediatico che attraversò
la madre di tutte le reti nel 1999 e che portava il nome di "The
Blair Witch Project"?
"Caltiki, il Mostro Immortale" rimane comunque
uno dei prodotti più interessanti del suo tempo, se vogliamo
fare un confronto con i concorrenti basandoci sulla qualità
degli effetti speciali. Il pubblico è immediatamente cosciente
dei micidiali effetti del contatto con la creatura che abita il misterioso
pozzo Maya, non appena si accorge del corpo disseccato di Ulmer, seminascosto
sulla riva. Sebbene il budget (economico) a disposizione dei professionisti
italiani sia sempre stato estremamente limitato, rispetto alle grandi
possibilità fornite dalle produzioni anglosassoni, gli effetti
speciali di un'opera come questa non hanno nulla da invidiare ad opere
maggiormente blasonate, spesso ampiamente sopravvalutate soltanto
perché di realizzazione americana. Vi sorprenderebbe sapere
che Caltiki la sanguinaria non era altro che una generosa dose di
Trippa, acquistata da Bava presso il macellaio all’angolo? E
che i movimenti del mostro erano simulati attraverso un semplice sistema
pneumatico prima (palloncino che veniva alternativamente riempito
e svuotato) e da uno sventurato attrezzista poi, completamente "vestito"
dalla maleodorante massa della creatura, per le riprese dedicate ai
mostri più grandi?
L’attacco subacqueo a Daniele Vargas, per quanto girato con
molta semplicità di mezzi rimane ancora oggi uno dei momenti
più forti dell’intero lungometraggio, con l’immagine
del corpo del giornalista trascinato a riva e semi digerito dalla
creatura, ma ancora assolutamente vivo e cosciente di quanto gli sta
accadendo…
Ma il vero punto di forza nell’utilizzo degli effetti SFX, probabilmente
più significativo rispetto a quanto visto ne "L’Astronave
Atomica del Dottor Quatermass", è la trasformazione
fisica e mentale del personaggio interpretato da Gerard Herter.
La mutazione dell’astronauta scampato alla morte, nel film di
Val Guest è tragicamente veloce, ma non sembra che il regista
abbia voluto indugiare più di tanto su quanto sta accadendo
al personaggio, per mettere l’accento sul risultato finale della
trasformazione, una forma di vita aliena che assomiglia alla lontana
ad una stella marina, che non ha più nulla di umano
e che finirà eliminata con una intensa scarica di corrente
elettrica… Nel caso di Max le cose vanno diversamente: Max
è un libertino, senza nessuna morale, ne etica, pronto ad insidiare
la moglie di un amico che rischierà la propria vita per salvarlo.
Un avido arrivista paranoico, marchiato indelebilmente dalle proprie
colpe.
I personaggi di Freda nascono già condannati, per la mostruosità
del loro animo, ad incontrare una morte orrenda, che li raggiunge
infallibilmente quasi fosse una sorta di punizione divina;
il regista era un rigido moralista capace di mostrare le deviazioni
più oscure dei propri personaggi, per poi arrivare a punirli
delle loro colpe con il consenso dello spettatore, che in questo caso
diventava il loro giudice e la loro giuria. Max paga subito pegno
per i suoi errori, sacrificando il braccio destro per la sua avidità,
quando il tentativo di recuperare i preziosi che l’incauto Bob
aveva trovato sul fondo del pozzo lo mettono a stretto, strettissimo
contatto con Caltiki (lo stesso Bob era un poco di buono, in fondo,
ma essendo un farabutto minore il regista lo sacrifica immediatamente
per il buon andamento della trama!). In seguito la pazzia indotta
dal veleno che il mostro ha lasciato nel suo sangue, serve soltanto
a rendere più chiara la crudeltà e la violenza che hanno
sempre caratterizzato l’animo dell’archeologo. L’omicidio
dell’infermiera, la (per fortuna) mancata uccisione una giovane
testimone involontaria, servono soltanto a dimostrare quanto sia oscuro
e feroce l’animo dell’uomo, che il contatto con la creatura
ha portato alla luce. E la terribile fine di Max, guadagnata di diritto
con l’uccisione gratuita della povera Linda, che fino alla fine
si era prodigata per dare una speranza ai propri sentimenti, non poteva
che essere la dissoluzione nell’abbraccio mortale di una delle
creature generate dal frammento della bestia recuperato proprio dal
suo braccio; ironica fatalità, Max trova la morte per mano,
o meglio per pseudopodo, di uno dei mostri che proprio la sua avidità
ha contribuito a generare!
E la sequenza dell’uomo che viene digerito da una delle nuove
creature è decisamente fra le più pesanti ed angoscianti
della pellicola; mentre viene consumato dal mortale contatto
e le carni sono progressivamente dissolte, l’archeologo
sembra, anche se per un solo istante, ancora vivo e cosciente!
(Vi ho risparmiato una immagine, artificialmente colorata, che avevo
reperito in rete e che ho reputato troppo forte, ma che mi ha convito
di quanto poteva essere più impressionante una pellicola di
questo tipo se girata a colori… Probabilmente averbbe avuto
problemi di censura e non solo in Italia…) Un altro aspetto
particolarmente significativo della bontà del genio di Mario
Bava applicato alla realizzazione di "Caltiki, il Mostro
Immortale" è dato dalla costruzione delle miniature
che il regista impiega attraverso tutta la pellicola, dalla distruzione
del camion carico di materiale infiammabile con cui viene eliminato
il primo mostro, sino ad arrivare alle sequenze, caratterizzate da
una grande tensione, che vedono i frammenti crescere ed invadere la
casa del dottor Fielding, per poi venire distrutti dai lanciafiamme
dell’artiglieria meccanizzata.
Allo scopo di rendere il più realistico possibile il modello
dell’abitazione dei personaggi principali, Bava utilizzò
gli ambienti della propria dimora, arrivando a costruire non solo
un modello in scala ridotta del giardino e dell’esterno della
villa, ma anche numerosi interni, con una maniacale attenzione per
i particolari. Le esplosioni ed i modelli, utilizzati nelle ultime
scene della pellicola, ben lontani dal pressappochismo delle opere
che caratterizzeranno i successivi prodotti cinematografici nell’Italia
degli anni ’70 ed ’80, raggiunsero per l’epoca un
tale livello di verosimiglianza e di attendibilità, da rivaleggiare
(e talvolta surclassare) con molte delle produzioni americane di questo
genere. Tutto questo grazie all’abilità di Bava non soltanto
come direttore degli effetti speciali, ma anche come regista, attitudine
che si sarebbe rivelata di lì a poco quando, grazie ai buoni
risultati ottenuti da Caltiki in tutto il mondo, il regista
si vide affidare il suo primo vero lungometraggio. Infatti, a dispetto
dei problemi che avevano travagliato la realizzazione di questo film,
il buon successo ottenuto da "Caltiki, il Mostro Immortale"
consentì a Bava di ottenere la regia de "La Maschera
del Demonio", opera fondamentale per il cinema horror non
solo Italiano, ma addirittura Mondiale, un film di successo che si
sarebbe trasformato in una vera e propria icona culturale per gli
anni ’60, che avrebbe reso una star l’attrice inglese
Barbara Steele e che avrebbe dato il via al movimento dell’horror
gotico Italiano che ha contraddistinto i venti anni successivi.
Due note che ho trovato in rete: la scena finale, dove si vede una
gigantesca Caltiki stagliarsi contro l’orizzonte, mentre affronta
inutilmente i lanciafiamme dell’esercito messicano, ricorda
molto da vicino le immagini di un altro fra i mostri sacri del cinema
di SF, il notissimo "Godzilla" (Gojira,
1954) diretto da Inoshiro Honda. E poi sembra che alcune
parti del film di Riccardo Freda e Mario Bava siano state utilizzate
per il lungometraggio Phantoms (1998), del regista Joe
Chapelle, adattamento di un romanzo del notissimo scrittore del
fantastico Dean R. Koontz. Inevitabilmente, l’omaggio
delle nuove generazioni alle opere dei grandi registi italiani, prosegue…
Ora, se siete arrivati fino a qui, mi consentirete di lasciare due
parole sui registi…
Mario Bava (31 Luglio 1914, Sanremo - 27 Aprile 1980,
Roma).
Figlio
d’arte, deve le sue peculiari doti artistiche (nel campo degli
effetti speciali) al talento ed agli insegnamenti paterni; infatti
il padre di Mario Bava (Eugenio che era fotografo, scultore e cineasta)
viene ancora oggi considerato da molti critici cinematografici come
uno tra i fondatori delle tecnica degli effetti speciali fotografici
nel nostro paese. Da questi insegnamenti il regista svilupperà
una considerazione estremamente particolare del ruolo della fotografia
nel cinema, che si concretizza, attraverso gli anni, in un approccio
visivo alla settima arte del tutto personale, chiaramente rappresentato
nella realizzazione dei suoi lungometraggi. Inizialmente Bava lavora
come aiuto del padre, quindi passa a fare l’assistente alla
fotografia per alcuni grandi registi, gavetta che darà splendidi
frutti negli anni a venire.
Il 1956 è l’anno della svolta: Bava
collabora con il regista Riccardo Freda alla realizzazione
de "I Vampiri", per il quale crea un’indimenticabile
atmosfera, macabra e decadente, e di cui girerà anche alcune
scene dopo l’abbandono di Freda. Completa quasi interamente
anche "Caltiki, il Mostro Immortale" (1959) sempre
dello stesso Freda, che aveva abbandonato la regia, sembra, dopo appena
due giorni di riprese.
Finalmente, nel 1960 debutta come regista con il suo "La
Maschera del Demonio", adattando per lo schermo il racconto
"Il Vij" di Gogol. Una pellicola inusitata per
il nostro cinema, una ventata di aria fresca che riesce ad ottenere
una notevole risposta dalla critica francese, e più tardi,
negli Stati Uniti; nel nostro paese, l’attenzione del pubblico
e degli addetti ai lavori arriverà solo di riflesso e parecchio
tempo più tardi. Il successo del film trasforma il lungometraggio
nel vero e proprio capostipite del filone horror gotico
italiano, universalmente riconosciuto un punto fermo
nel cinema della paura e il manifesto di quello che diventerà
più avanti il cinema orrorifico italiano. Inoltre, la pellicola,
fa conoscere al grande pubblico il talento geniale di Mario Bava,
capace di creare, con mezzi tecnici estremamente limitati, fortissime
sensazioni di angoscia e raccapriccio, rappresentando con grande efficacia
sullo schermo atmosfere cariche di tensione e di orrore. "La
Maschera del demonio" rivela la genialità e la potenza
espressiva del cineasta, che riuscirà a confermare le sue doti
assolutamente non comuni nei film successivi, che rientrano, caso
più unico che raro nella nostra cinematografia, nei generi
del fantastico e dell’horror(gotico). Ricorderemo tra gli altri:
"I Tre Volti della Paura" (1963), un film in tre
episodi di cui il secondo, tratto da un racconto di Tolstoj, venne
interpretato dal vecchio Boris Karloff,
"La frusta e il corpo" (1963), lo spettacolare
"Terrore nello Spazio" (1965), "Operazione
Paura" (1966), che Teo Mora nella
"Storia del Cinema dell’Orrore" (1978) giudica
il capolavoro del regista e "Reazione a catena"
(conosciuto anche come Ecologia del Delitto, 1971), dove
il regista anticipa, e di molto, il genere slasher sgranando
un impressionante rosario di cadaveri che farà scuola, negli
anni a venire. [Ricordo di avere visto il film del ’63 con
Boris Karloff e vi posso assicurare che la storia tratta da "I
Wurdalak" di Tolstoj fa veramente accapponare la pelle…
Possiamo dire che l'episodio è veramente una vetta, un
punto di arrivo completo e definitivo, nell'arte del regista]
.
Riccardo Freda (24 Febbraio 1909, Alessandria d'Egitto
- 20 Dicembre 1999, Roma).
Riccardo
Freda è realmente un caso a parte. Di famiglia napoletana,
frequenta l'Università a Milano e, dopo aver studiato scultura,
entra nel 1933 al Centro Sperimentale di Cinematografia; sceneggiatore
dal 1937, in pochi anni lavora ad una dozzina di copioni per Alessandrini,
Gentilomo, Matarazzo, Righelli. Esordisce dietro la macchina
da presa nel 1942 con il "Don Cesare di Bazan",
un interessante film di cappa e spada interpretato da Gino Cervi.
Individualista, anticonformista, solitario, controcorrente per vocazione
e non per vezzo, Freda nella sua professione fu un vero "uomo
contro". Il regista è stato il primo (e l’unico)
a gridare al mondo culturale del nostro paese che il re, cinematograficamente
parlando, era nudo, e cioè che il neorealismo italiano fu (anche)
un inganno, attribuendogli la responsabilità di avere regalato
a registi incapaci e privi di talento una sorta di patentino
che ne faceva, d’ufficio, dei "grandi autori". Personaggio
scorbutico per natura, Freda aveva del cinema italiano un’idea
assolutamente personale: vedeva il cinema come un’arte sì,
ma popolare, della quale sentiva fosse necessario, addirittura obbligatorio,
esaltare lo caratteristiche specifiche e, quindi, le potenzialità
spettacolari. Il cinema, per Freda, era "il linguaggio"
capace di recuperare lo spirito più squisitamente europeo dei
generi, che aveva appassionato gli autori più nobili della
nostra letteratura, offrendosi loro come vettore privilegiato per
le loro storie. Nascono allora opere come "I Miserabili"
(1944), ancora con Gino Cervi, indimenticabile Jean Valjean
in una pellicola adorata dalla critica francese; "Aquila
nera" (1946), un feuilleton che rielabora con vigore ed
eleganza un interessante racconto di Puskin, con un avventuroso Rossano
Brazzi; "Giulietta e Romeo" (1964), particolare
trasposizione dell’opera di Shakespeare, che miscela piacevolmente
i topos delle pellicole di cappa e spada con qualche risvolto horror.
Ma quello che viene considerato dalla il suo capolavoro è "Il
Conte Ugolino" (1949), con uno strepitoso Carlo Ninchi
nei panni dei nobile della Gherardesca.
E’ questa la pellicola dove riusciamo meglio a comprendere lo
stile di Riccardo Freda: a dispetto di un budget ridotto la
biografia dello sfortunato nobile rivela uno spessore narrativo degno
dei migliori lavori di cappa e spada. Le scene di combattimento, le
battute di caccia, le cavalcate, vengono rappresentate visivamente
dal regista non come semplici ed opinabili riempitivi, oppure come
sterili momenti di intrattenimento, ma come parti vere e proprie della
narrazione che l’autore utilizzava per spiegare, senza tirare
in ballo troppe parole, il carattere avventuroso, impulsivo e vendicativo
del protagonista. Freda preferiva definire la psicologia dei suoi
personaggi attraverso l’immediatezza delle loro azioni, piuttosto
che ricorrere alla verbosità tipica dei film italiani in costume
dell’epoca, arrivando a trasformare in ossessione la cura maniacale
che aveva per le sequenze spettacolari, di massa, girate in esterni,
la sola cosa che considerava fondamentale per la realizzazione dei
film. Con "I Vampiri" (1966), realizzato in una
manciata di giorni, praticamente per scommessa, con la ferrea intenzione
di provare al mondo del cinema italiano che i registi nostrani erano
perfettamente in grado di eccellere anche nel fantastico,
Freda [ed il fido collaboratore Bava] inaugura il filone
dell’horror gotico italiano, un attento mix di atmosfere
di grande impatto emotivo, sapientemente amalgamate a situazioni tipicamente
melodrammatiche, filone che, come abbiamo detto prima, troverà
poi il suo punto più alto nelle opere di Mario Bava, in questo
lungometraggio autore degli effetti speciali e operatore alla macchina.
Le successive incursioni di Freda in questo genere si riveleranno
anche migliori, dalla straniante pellicola "L’Orribile
Segreto del Dr. Hichcock" (1962), dove il regista riesce
ad affrontare, con uno stile personalissimo e visionario, un tema
fortemente scottante come la necrofilia, al suo seguito ideale quel
"Lo Spettro" (1963), interpretato come il precedente
dalla dark lady gotica per eccellenza, Barbara Steele.
E’ comunque difficile relegare il lavoro del regista in pochi
canoni e stereotipi precisi, dal momento che Freda ha realizzato notevoli
storie di spionaggio (Fermati, Coplan!, 1966), avventure
western (La Morte non Conta i Dollari, 1967), storie poliziesche
(Trappola per l’Assassino, 1967), inossidabili peplum
(Teodora Imperatrice di Bisanzio, 1953, Maciste alla
Corte del Gran Kahn, 1961 e Maciste all’Inferno,
1962) per non dimenticare un melò in costume cha ha fatto scuola
in tutta Europa come "Beatrice Cenci" (1956) coinvolgente
adattamento dell'omonimo romanzo di Guerrazzi, con una messa in scena
di grande forza, dove il regista riesce a raccontare il tema dell’attrazione
morbosa di un padre per la propria figlia, senza reticenze e con una
prorompente ed inimitabile forza visiva. Considerato un vero e proprio
maestro dalla stampa specializzata d'oltralpe, Freda trova nel proprio
paese un interesse sempre minore: riesce a tornare al cinema del brivido
con "L'Iguana dalla Lingua di Fuoco" (1971), un
giallo evidentemente ispirato dalle opere dell’emergente Dario
Argento e con il suo testamento spirituale, "Murder Obsession"
(1980), dove sviluppa con la sua solita precisione una lunga teoria
di ammazzamenti che si perfeziona con un'agghiacciante citazione della
Pietà michelangiolesca…
Comunque, il critico che ha scritto la recensione con cui ho aperto
questa nostra chiacchierata non ha capito proprio un… tubo.
Io mi sono comprato il DVD, per immergermi ancora una volta nella
magia di questa pellicola, una di quelle che oramai non si fanno più,
nel nostro paese. Il film, in buona qualità audio/video, il
trailer ed i titoli di testa nella versione americana, due mini documentari
di Stefano "Steve" DellaCasa (sulla figura di Riccardo
Freda) e Luigi Cozzi (su Caltiki, il Mostro Immortale),
fanno veramente la differenza.
Almeno io la penso così. Voi fate un po' come vi pare…
5. Parecchie noiose informazioni tecniche…
L’orrore mostrato da Freda, non scaturisce da mostri, demoni
o altre creature soprannaturali, né tantomeno da effetti speciali,
ma dal peccato, dalla colpa. I suoi personaggi sono condannati
per la mostruosità della loro anima ad una morte orrenda, che
giunge come una sorta di punizione divina, Freda era un rigido
moralista per cui mostra le deviazioni più oscure proprio per
poterle punire con il consenso dello spettatore, che in questo caso
funge da giuria. Freda così come Bava e Fulci, non venne mai
considerato positivamente dalla critica italiana che lo relegò
tra gli autori di serie B, rivalutato in patria (in parte) solo recentemente,
conobbe un grande successo in Inghilterra, Francia e USA dove
tuttora é considerato uno dei più grandi autori del
cinema fantastico.
Biografia di Riccardo Freda, " www.profundis.it"
"Caltiki,il Mostro Immortale"
conosciuto anche come "Caltiki, the Immortal Monster"
e "Caltiki, the Undying Monster".
Origine:
Italia/Spagna/USA
Produzione: Galatea Film (Roma), Samuel Schneider (Climax Pictures,
Parigi)
Distribuzione: Lux Film
Produttore: Bruno Vailati
Produttore Esecutivo: Lionello Santi
Produttore per la versione USA: Samuel Schneider
Production Manager: Massimo De Rita
Data di produzione: 1959/1960
Regista: Robert Hamton (Riccardo Freda non accreditato), Mario Bava
Regista per la versione USA: Lee Kresel
Soggetto e sceneggiatura: Philip Just (Filippo Sanjust)
Tratto da: una leggenda messicana
Direttore della Fotografia: John Foam (Mario Bava)
Montaggio: Mark Sir Andrews (Salvatore Billitteri)
Editore del Suono: Salvatore Billitteri
Editore del Suono per la versione USA: Salvatore Billitteri
Dialoghi per la versione USA: Maurice Rosenblum
Direttore dei dialoghi per la versione USA: Lee Kresser
Dialoghi per la versione USA registrati presso: Titra Sound Corporation,
New York City
Effetti Speciali: Marie Foam (Mario Bava), Eugenio Bava (non accreditato)
Coreografie: P. (Paolo) Gozlini
Musiche: Roberto Nicolosi/ Robert Nicholas (Roman Vlad)
Durata: 76 min
Colore: B/N
Personaggi ed Interpreti (con relativi pseudonimi):
John Merivale, Dr. John Fielding
Didi Sullivan (Didi Perego), Ellen Fielding
Daniela Rocca, Linda
Gérard Haerter (Herter), Max Gunther
Arturo Dominici, Nieto (membro della spedizione scientifica)
Daniele (Daniel) Vargas, Bob (membro della
spedizione scientifica)
Victor Andrè (Vittorio Andrè), Prof.
Rodriguez
Giacomo Rossi Stuart, assistente del Prof. Rodriguez
Black Bernard (Nerio Bernardi), Ispettore di polizia
Gail (Gay) Pearl, Danzatrice india
Daniele Pitani
Rex Wood
Deirdre Sullivan
Fonti Bibliografiche:
Caltiki,
il Mostro Immortale su Cinematografo.it,
Caltiki,
il Mostro Immortale su Fantafilm.it,
Scifilm
-- Reviews, Caltiki, the Immortal Monster (1960),
Caltiki,
Bava's immortal monster di Tess Henson
Caltiki,
the Immortal Monster di Beth Rust,
Caltiki,
the Immortal Monster,
Caltiki
– Il mostro Immortale di Iain McLachlan,
Caltiki
– Il Mostro Immortale,
Riccardo
Freda,
Riccardo
Freda,
Mario
Bava,
Mario
Bava,
Proto-types:
A Short Examination of the Recurrent Appearances of the Gamma Quadrant's
Founders on Earth (with some observations on similar terrestrial life
forms that sheds light upon a most tragic figure) di Dennis E. Power,
Caltiki,
The Immortal Monster di Dave Sindelar.
Pace profonda nell’onda che corre.