UNO SPETTACOLO DA INFERNO DANTESCO
di
Matteo "Norton" Bistoletti



In questo mese di febbraio il tempo tiranno mi ha impedito di vedere qualche bel film di fantascienza di cui parlarvi, sempre che ce ne siano sui nostri schermi. Quindi ho deciso di aprire i cassetti della memoria per vedere se vi trovavo qualche bel ricordo da condividere con voi. Ed ecco che è subito giunto alla mia mente il titolo di questo film.

Alla fine degli anni 70, sull’onda del successo lucasiano di Guerre Stellari, che aveva riportato la fantascienza all’attenzione e al favore del pubblico e della critica, molte case produttrici si cimentarono in progetti legati alla fantascienza. The Black Hole fu la risposta  disneyana (peraltro molto atipica per la casa produttrice) così come lo furono film come Alien per la Fox, Moonraker relativamente alla saga di 007 e, non dimentichiamolo, Star Trek the Motion Picture per la Paramount.

Certamente questo film, tradotto letteralmente Il Buco Nero in italiano, vanta ben pochi primati e non fu accolto con molto calore da pubblico e critica. La cause si possono ricercare in una trama forse non originalissima e soprattutto in diversi svarioni (scientifici e non) a cui la sceneggiatura va incontro nel suo sviluppo. Eppure il film, orientato principalmente verso un pubblico adulto, cosa che portò in seguito la Disney a creare la Touchstone Pictures per produrre e proporre i suoi film più “adulti”, ha diversi meriti e pregi che lo portarono ad avere una folta schiera di appassionati.
Comunque nonostante il film, come dicevo, fosse orientato verso un pubblico più adulto del solito target disneyano, non potevano mancare delle strizzate d’occhio verso i bambini, soprattutto attraverso, come fu anche per Guerre Stellari, i due robottini della storia (V.I.N.CENT e B.O.B), portandoli ad avvicinare anche il pubblico più giovane a questa storia. Questi due ormai mitici robot sono nell’immaginario della fantascienza, così come il mitico rivale Maximilian rimane uno dei villani più inquietanti che io conosca.

Ricordo che infatti vidi questo film ad una tenera età, verso i 10-12 anni e che mi colpì tantissimo, ma solo in parte grazie a Vince e Bob. Rimasi letteralmente affascinato dal mistero e dall’inquietante figura di Reinhardt e Maximilian, gli antagonisti della vicenda, dai loro mistici piani, della loro enorme e fatiscente nave fantasma, la Cygnus, e del suo equipaggio silente e soprattutto rimasi colpito dal finale, ambiguo e, se mi si consente la ripetizione, altrettanto inquietante. Insomma, al di là di tutto, i robot erano proprio tra le ultime delle mie attenzioni…

Rivedendo il film oggi mi rendo perfettamente conto dei suoi limiti: in primis la plausibilità scientifica è pressoché nulla con i nostri eroi che vagano in zone prive di atmosfera senza tute spaziali passando ad incontri ravvicinati con meteoriti incandescenti perfettamente sferoidali fino all’attraversamento del famigerato buco nero come fosse una passeggiata. Ma in fondo, se si va al di là di queste cose, il film vanta ancora secondo me un buon numero di pregi sottovalutati.

Il senso di inquietudine che lascia il film, legato al senso di mistero e di esplorazione di cui è colmo, è quanto di più caro alla fantascienza io conosca e nel film è rappresentato benissimo. Fin dal principio lo spazio appare come enorme e freddo, sconosciuto e pericoloso. Poi ecco apparire il mostro; silenzioso, enorme ed immobile e tale resterà per tutta la durata del film, ma sempre pronto a divorare chiunque oltrepassi il punto, figurato ma non solo, di non ritorno. Ed ancora, a seguire, ecco che compare la Cygnus: il mistero e la tensione salgono attraverso una nave, enorme, silenziosa e apparentemente morta e la sua esplorazione da parte dei membri della piccola nave da esplorazione Palomino. Anche una volta saliti a bordo ed incontrato i “residenti”, nonostante i misteri pian piano si dissipino, non cala il senso di mistero ed inadeguatezza viste tutte le spaventose figure che popolano questa enorme nave spaziale.
Maximilian é un enorme robot di acciaio rosso fuoco, silenzioso quanto letale, braccio destro del capitano.
Reinhardt è invece il capitano appunto, barbuto e risoluto non può non ricordarci, esteticamente e spiritualmente, il genio e la pazzia di Nemo (ma anche la Cygnus nella sua fredda metallicità ha qualcosa del Nautilus). Egli è l’unico sopravvissuto umano dell’equipaggio della Cygnus,  magistralmente interpretato da un grande Maximilian Schell.
Infine vi sono tutte quelle figure che si aggirano silenziose, senza volto, per la nave e che solo alla fine troveranno una loro, terribile, spiegazione.

La trama, ossia l’incontro dell’equipaggio della Palomino, una piccola nave di esplorazione, con la Cygnus e  l’ossessione di un uomo, il suo capitano, che é arrivato ad uccidere il suo equipaggio e trasformalo in aneroidi, silenziosi e senz’anima, per adempiere al suo progetto di raggiungere Dio attraverso il buco nero, può davvero sembrare un po’ banale e scontata. Ma il punto di forza del film è come questa storia viene raccontata, non tanto la storia in sé. Oltre che alla bravura degli attori, il film vanta due punti di forza molto marcati.
La prima è la scenografia/fotografia. La Cygnus è una nave davvero unica: sembra davvero un bara gigantesca galleggiante nello spazio. Gli interni sono enormi e  fatiscenti. Gli esterni un intersecarsi di tubi e condotti metallici. La nave, sia dall’interno che dall’esterno, appare di una austera freddezza da mettere i brividi anche ai più coraggiosi. Altrettanto magistrale il loro lavoro sul finale di cui parleremo più tardi.
La seconda chiave di forza del film è la musica. Che John Barry sia bravo è cosa nota, che qui abbia superato se stesso forse non è noto a tutti. La musica di questo film è (posso ripeterlo?) inquietante e bella allo stesso tempo, tanto che il solo ascolto mette ancora i brividi. E’ incredibile perché tutto questo avviene con un ritmo comunque incalzante e non lento, un ritmo che richiama la ricerca e qualcosa  “in divenendo” e non qualcosa di fermo e stantio. Le partiture di Barry hanno un forte ruolo nel film, sia all’inizio del film durante l’esplorazione della Cygnus da parte dell’equipaggio della Palomino (che ricorda un po’ nel connubio mistero, musica e svolgimento della trama il contemporaneo primo film di Star Trek), sia nel già citato finale.

E dicevamo appunto del finale… Quante volte ho usato l’aggettivo “inquietante” in questo articolo? Vorrei di non ripetermi, però…

Sicuramente dal sapore metafisico e tutt’altro che univoco ricalca un poco il predecessore 2001 Odissea nello spazio senza però per questo apparire pretestuoso, presuntuoso o forzato. Anzi, nel contesto di misticismo e mistero su cui si muove tutto il film questo finale aperto ma di ampio respiro è la forza del film.
Come dicevamo anche qui il lavoro di fotografia e musica è magistrale e mentre l’equipaggio della Palomino, riuscito a scappare dalla Cygnus, è costretto a buttarsi nelle fauci del buco nero, la Cygnus si trasforma in un inferno dantesco. Reinhardt muore schiacciato da un pannello staccatosi dall’alto del suo ponte e non viene aiutato né dal suo equipaggio di zombie senza volontà né tanto meno dal suo fido Maximilian che lo guarda morire mentre si allontana senza muovere “un dito”(o forse anche lui conteneva un essere umano? forse il suo fido primo ufficiale che si ribellò alla sua pazzia, nonché padre di una passeggera della Palomino?). Reinhardt, morto e alla deriva nello spazio infuocato, dal volto diabolico, viene catturato tra le braccia metalliche di Maximilian, la macchina da lui stesso concepita, e si fonde con essa. Sulla cima di un promontorio infuocato, rappresentazione dantesca dell’inferno, Reinhardt, di cui ora vediamo solo gli occhi, fuso ed imprigionato dentro  Maximilian (così come lui fece al suo equipaggio in una sorta di pena del contrappasso) osserva e governa, come un nuovo meccanico Lucifero, dall’alto le anime dannate al di sotto tra le fiamme. Nel frattempo l’equipaggio della Palomino si mette in salvo nel buco nero dove, dopo l’incontro con un angelo, sbuca in nuovo universo…o paradiso?

Credetemi, ne vale la pena.



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