Sembra un paradosso. E invece
è proprio così: non occorre un motore a curvatura o qualche
altro fantomatico marchingegno asimoviano per esplorare in tempi ragionevoli
la nostra galassia e forse addirittura l’intero universo. Basta
solo avvicinarsi quanto più possibile alla velocità della
luce. Un’affermazione un po’ troppo strana e contraddittoria?
Eppure deriva da una delle verità scientifiche tra le più
accettate: la teoria della relatività.
Uno degli assiomi della famosa teoria einsteniana è rappresentato
dalla costanza e invalicabilità della velocità
della luce nel vuoto. Nessun oggetto materiale, così
come osservato da un sistema di riferimento inerziale (non accelerato),
è in grado persino di uguagliare questa velocità.
E allora? Detta così, sembra proprio che l’esplorazione
“veloce” dell’universo ci sia preclusa per sempre.
Considerate, per esempio, che per attraversare un quarto della nostra
galassia la luce impiega ben 25 mila anni!
Per fortuna non tutti i mali vengono per nuocere, e nei paragrafi successivi
vedremo come quello che viene di solito considerato un limite invalicabile
di velocità, in realtà sia tale solo da un particolare
punto di vista, e come l’altra faccia della medaglia presenti
un quadro sorprendente.
Quando un’ipotetica astronave si avvicina alla velocità
della luce (299792,458 km/s, valore che spesso viene indicato con la
lettera c), la stessa teoria della relatività prevede
il verificarsi di alcuni fenomeni peculiari. Il tempo
proprio dell’astronave tende a rallentare, la sua lunghezza
si riduce nella direzione del moto e la sua massa tende
ad aumentare.
Questo dal punto di vista di un osservatore esterno posto, per esempio,
sulla Terra. Ciò significa che se un osservatore da Terra riuscisse
a sbirciare gli orologi all’interno dell’astronave, li vedrebbe
rallentare sempre di più man mano che la velocità tende
a c. Questo rallentamento temporale, si badi bene, è
tutt’altro che illusorio: non solo gli orologi rallentano il loro
ritmo, ma anche tutti i processi fisico/chimici e, di conseguenza, anche
il metabolismo dei viaggiatori. Sarebbe come assistere ad un filmato
alla moviola. Per una velocità idealmente uguale a c,
il tempo, così come sbirciato da un osservatore esterno, sembrerebbe
fermarsi. Gli occupanti dell’astronave apparirebbero come “ibernati”:
dal loro punto di vista il viaggio sarebbe istantaneo. Wow, niente meno
che velocità di transcurvatura! Il fisico obietta giustamente
che la velocità della luce non è raggiungibile. In linea
teorica, tuttavia, nulla vieta di avvicinarci indefinitamente a c:
il tempo di percorrenza non sarà mai zero, ma può essere
ridotto ad una frazione di secondo piccola a piacere!
Ora, cosa vedrebbero gli occupanti dell’astronave durante il viaggio?
Dal loro punto di vista è la Terra (ed il resto dell’universo)
a muoversi ad una velocità prossima a c e ad esibire
perciò un ritmo temporale rallentato, mentre i loro orologi procederebbero
a velocità normale. Ma consideriamo ora anche la seconda delle
tre sopraccitate peculiarità: la contrazione delle lunghezze.
Mentre vista da Terra è la sola astronave a sembrare accorciata,
dal punto di vista dei viaggiatori sarà l’intero universo
ad apparire contratto nella direzione del moto! Ciò significa
che le distanze da percorrere apparirebbero ridotte e, in conseguenza
di ciò, la propria velocità risulterà aumentata.
Anche questo fenomeno di contrazione spaziale tende ad amplificarsi
mano a mano che la velocità si avvicina a c. Una astronave
che viaggiasse ipoteticamente alla velocità della luce vedrebbe,
nella direzione del moto, l’intero universo come compresso in
un foglio immaginario di spessore nullo! Volendo essere pignoli e spingere
più in là la nostra immaginazione, l’universo apparirebbe
un po’ come una colossale pastiglia schiacciata al centro (dove
sarebbe situata l’astronave). In effetti, così viene “visto”
l’universo da un fotone, che viaggia nel vuoto ad una velocità
che corrisponde esattamente a c: per “lui” l’attraversamento
dell’intero universo si compirebbe in un tempo nullo.
È interessante fare un paragone con la velocità
di curvatura. Una astronave che sfrecciasse, così come
vista da Terra, ad una velocità pari al 71% della velocità
della luce, avanzerebbe, per gli occupanti dell’astronave, ad
un fattore di curvatura 1, che corrisponde alla velocità della
luce. Curvatura 2 si raggiungerebbe quando la velocità misurata
da Terra corrisponde al 99.5% di c.
Quando si arriva ad un solo chilometro al secondo dalla velocità
della luce, è come se si viaggiasse ad un fattore di curvatura
6. Un viaggio dalla Terra ad Alpha Centauri (distante 4,3 anni/luce)
durerebbe circa 4 giorni! Ma spingiamoci oltre. Quando la velocità
arriva a meno di un metro al secondo rispetto alla velocità della
luce, per arrivare su Alpha occorrerebbero solo 2 ore e mezzo! In questo
caso, il relativo fattore di curvatura è difficile da calcolare,
ma dovrebbe stare tra 9.99 e 9.999. Come detto in precedenza, in linea
teorica, un’astronave potrebbe continuare ad accelerare, avvicinandosi
indefinitamente alla velocità della luce, e ottenendo “fattori
di curvatura” sempre più elevati; il che eventualmente
corrisponderebbe per i viaggiatori ad una velocità prossima a
quella di transcurvatura.
D’altro canto, ottenere velocità prossime a quelle della
luce presenta problemi tecnologici non indifferenti, primo tra tutti
quello dell’enorme quantità di energia
necessaria.
Qui entra in gioco, infatti, il terzo fenomeno cui si accennava all’inizio:
l’aumento della massa.
Avvicinandosi alla velocità della luce, la massa dell’astronave
aumenta sempre di più, col risultato che, per una data spinta,
l’accelerazione tende a diminuire. Come si suol dire: a mano a
mano che ci si avvicina a c una frazione sempre più
elevata dell’energia cinetica di propulsione va ad aumentare la
massa dell’astronave piuttosto che la sua velocità. Fino
a che, per velocità prossime a c, la massa dell’astronave
apparirà infinita, e perciò una quantità infinita
di energia sarebbe necessaria per accelerarla ulteriormente.
Inoltre, a velocità prossime a c, qualsiasi particella
e atomo spaziali che si venissero a trovare lungo il tragitto dell’astronave
rappresenterebbero un serio pericolo per la nave stessa e per i passeggeri.
Uno “scudo” o, se vogliamo, un vero e proprio “deflettore
di navigazione” sarebbe allora indispensabile, e ciò significherebbe
un ulteriore dispendio di energia.
Almeno, però, una cosa è certa. Dal punto di vista teorico
nulla ci vieta di esplorare l’universo a velocità folli.
Allora perché questo metodo di viaggiare tra le stelle non viene
utilizzato nella nostra saga preferita e nella fantascienza in genere?
Molti di voi lo sapranno già (e difatti viene spesso accennato
in Star Trek): si tratta del problema dello sfasamento temporale. Proprio
perché il viaggiare a velocità prossime a c modifica
lo scorrere del tempo relativo, si possono creare degli scompensi temporali
non indifferenti, con tutte le conseguenze psico-sociologiche del caso.
In altre parole, ogni viaggio a velocità relativistiche rappresenta
anche un viaggio nel futuro! Per fare un esempio, un giretto di andata
e ritorno dalla Terra a Eridani A (Vulcano) ad una velocità di
un chilometro al secondo inferiore a c, durerebbe circa un
mesetto per i viaggiatori, mentre sulla Terra saranno trascorsi più
di trent’anni!
È ovvio che, se così dovessero essere i motori spaziali
del futuro, una federazione alla Star Trek sarebbe impossibile da concepire.
Niente imperi galattici, niente scambi commerciali né culturali.
Piuttosto, lo scenario più realistico sarebbe rappresentato da
colonie indipendenti e isolate, sparse un po’ ovunque per tutta
la galassia. Non potrebbe esistere neppure lo scambio di informazioni
utili, visto che persino la luce impiegherebbe troppo tempo per muoversi
da una colonia all’altra.
L’universo sarà dunque a portata di mano, ma una volta
partiti si rimarrà temporalmente tagliati fuori dal resto dell’umanità.
Per quanto inusuale e angosciante possa sembrare a noi fan di Star Trek,
uno dei possibili futuri dell’esplorazione spaziale è proprio
questo.
E se ciò dovesse veramente essere il caso, l’uomo si adatterà
alle circostanze, come ha sempre dimostrato di saper fare.
Per
i più curiosi, una trattazione approfondita ed entusiasmante
della teoria della relatività è esposta nel libro “I
Misteri del Tempo” di Paul Davies (qui
è possibile trovare un brano dove si descrive nei dettagli un
viaggio a velocità relativistiche).