BASTA ASSURDITÀ! KIRK E SPOCK NON SONO GAY!
di Matteo "Norton" Bistoletti



Se al giorno d’oggi parlare di omosessualità é cosa fin troppo abusata e portata a fare quasi tendenza, non si può certo dire la stessa cosa dei tempi in cui venivano girate le serie di Star Trek The Next Generation o, ancor più fermamente la serie originale, in cui tale argomento poteva suscitare perplessità e sdegni tali da divenire quasi un tabù.
Insomma; sia TNG che la serie originale si muovevano in tempi ben lontani dagli attuali “Will&Grace” o “The L World”, oppure, ancora, dai vari espliciti “Willow” della serie “Buffy” o tendenziosi Chandler della sitcom “Friends” tanto per citare alcuni esempi.
Inutile ricordare che più volte tra le pagine di questa rivista e nelle varie discussioni Trek si è ribadito come Star Trek sia da sempre una metafora della nostra società e di come tenda a portare in chiave fantascientifica problemi, conflitti o semplicemente aspetti e sfaccettature della nostra cultura. Certo che però fare delle scelte affettive e sessuali di un gruppo di persone un argomento tale da renderlo una problematica, un tema di discussione e, per certi versi, un aspetto culturale della nostra società può apparire eccessivo. Ma purtroppo è stata la società stessa, guidata dalla sua solita ottusità, a fare di ciò tutto questo. Doveva essere pertanto questa l’idea di Roddenberry che, nonostante avesse da sempre manifestato largo favore nell’inserire un personaggio gay tra le fila dell’equipaggio dell’Enterprise, aveva però anche ribadito che, in una società utopicamente progressista ed evoluta come quella sognata in Star Trek, un tale caratteristica non fa più parte del necessario curriculum al fine di conoscere e distinguere una persona. Insomma la cosa appare talmente naturale e scontata, oltre che dannatamente personale (ma d’altro canto noi vediamo i film e i telefilm per farci i fatti propri di personaggi di finzione, no?) che non serve esplicitarla in maniera palese e diretta.
Si arrivò quindi a ipotizzare che addirittura personaggi già noti e amati avessero potuto avere senza troppi problemi esperienze omosessuali nel loro passato presente o futuro (tra i nomi più gettonati, oltre i classici Kirk e Spock, citiamo La Forge, Bashir, e Tom Paris, ma forse quest’ultimo nella fase “purché respirino…” delle prime stagioni fa poco testo…).
Insomma al di là delle sterili polemiche se l’omosessualità sia giusta o sbagliata (anche se sono pochi ormai a definirla sbagliata perché poco politically correct, anche se poi il solo argomento li infastidisce), naturale o non (ma come disse una volta un giovane saggio: se una cosa esiste in natura non è già di per sé naturale?), al di là anche delle varie teorie psicologiche (da Freud a Kinsey) sui vari gradi di femminilità e mascolinità presenti in ognuno di noi, Star Trek sceglie, per scelta o forse per forza, da sempre la via della naturalezza. Quella che quindi può sembrare più una scelta dettata da un clima passato di tabù, nella giusta chiave può sembrare in perfetta sintonia con quanto di utopico rappresenta l’universo Trek.
In effetti quest’ultima visione della cosa può sembrare una posizione di comodo ai nostri occhi: dire che l’assenza di un personaggio gay sia tale in quanto Star Trek non necessita di trattare tale argomento, appare quasi un po’ pretestuosa e più come una sconfitta che come un vero e proprio progressismo anticipato.

Poco male: se la serie classica, almeno di primo acchito, ha da sempre scartato l’argomento, TNG compie la scelta più coraggiosa e coerente dell’intera serie. Non parla di gay e omosessualità con finta naturalezza ma ne fa un vero e proprio problema di accettazione. Ovviamente attraverso, come sempre ama fare, la metafora. E quindi ne “The Outcast” ("Il diritto di essere") della quinta stagione sceglie un popolo ed una razza nuove, e crea una problematica all’inverso ma che poi, arrivati al nocciolo della questione, non può che rappresentare il medesimo problema. La puntata, nel suo fulcro, lascia spazio ad un lungo discorso dettato da Soren, il/la protagonista della vicenda, sull’uguaglianza del suo amore rispetto all’amore manifestato dalla maggioranza del suo popolo.

Insomma: didascalico, vero? Direi di sì. Superfluo? Beh, forse, ma é bene ricordare che al di là di tutto, questo conflitto creato in questo episodio, benché in via di continuo miglioramento, era ben presente ai tempi che fu girato l’episodio, e che forse, ancora oggi, può trovare ancora spazio, soprattutto tramite istituzione statali bieche e retrograde (si pensi all’impiccagione dei due ragazzi appena maggiorenni in Iran o, senza andare così lontani, alle chiare ipocrite condanne che si alzano da Roma e che trovano ancora consensi in alcune classi politiche e sociali estremiste).
Jonathan Frakes (Riker in TNG, nonché amante di Soren nell’episodio) si lamentò che Soren non fosse stato interpretato da un uomo ma, forse, questo sarebbe solo servito a dare un po’ di falso senso di scandalo all’episodio senza davvero cambiarne il senso. Tuttalpiù ci ha pensato DS9: il bacio tra Dax e la sua ex moglie è ben congeniato, messo in un contesto credibile e che, seppur tale scena abbia creato un po’ di scalpore legato al gesto in sé, l’episodio per sé stesso non vuole (e questo va splendidamente a confermare la teoria di Roddenberry) trattare il tema dell’omosessualità ma bensì parlare di amore e tradizione, argomento ben più interessante ed evoluto rispetto a quanto detto sopra. Ed in questo contesto il loro bacio appare per quello che è e si spoglia di tutto quel banale sensazionalismo di cui era stato investito…

Ma adesso è davvero giunto il momento da mandare a “quel paese” etichette e finte definizioni: se di amore tra due persone, prescindendo dal sesso, vogliamo infine parlare, senza tirare in ballo dannate etichette e bandiere arcobaleno, senza tirare in ballo implicazione moraliste o sessuali, in realtà Star Trek di esempi ne è pieno. Da O’Brien e Bashir, da Janeway e Sette di Nove fino alla più bella delle amicizie: Kirk e Spock.

Al di là di certe fan fiction (di cui alcune hanno addirittura creato un genere) che spingono il loro rapporto forse in maniera eccessiva, il loro intenso rapporto, fatto di amore, amicizia e fedeltà reciproca totale, è una delle caratteristiche più importanti e basilari di tutto Star Trek. La loro amicizia non nasce: è un dato di fatto fin dal primo episodio della serie. Se si esclude per ovvi motivi The Cage, già in “Where no Man has gone before” ("Oltre la galassia"), i due si scambiano sguardi e parole di intesa. Certo per arrivare al fulcro del loro rapporto giungeranno episodi ancor più forti, primo fra tutti il mitico “Amok Time” ("Il duello")col suo finale a dir poco sorprendente e spiazzante.

La vera celebrazione del loro rapporto avviene però nel terzo film della saga. Fin dal principio Kirk ci appare sottotono e depresso: la perdita di Spock è una ferita ancora aperta, come gli squarci ben visibili per la prima volta sull’Enterprise, e nulla sembra più come prima. Perfino lo spettatore, nelle prime scene, percepisce quel senso di vuoto, reso magistralmente dalla regia, che sembra vivere Kirk.
Kirk definisce Spock come “la parte più nobile di me stesso” lasciata alle spalle su un pianeta lontano. Un dono talmente prezioso da rendere l’esigenza di salvarlo nuovamente molto più importante di tutto il resto: da qui il famoso assioma della logica rovesciato in modo emozionale e pertanto fuori dagli schemi razionali nel finale del terzo film in cui Kirk sostiene che “le esigenze di uno contano più di quelle di molti.”

Vi lascio con queste ultime frasi scambiate tra Sarek e Kirk alla fine del film:

“Kirk, la ringrazio; ciò che ha fatto…”
“Ciò che ho fatto dovevo farlo!”
“Ma a quale prezzo? La sua nave… suo figlio…”
“Se non avessi tentato avrei perduto la mia anima.”

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