[Unione dei 4 racconti
“Black Destroyer (1939)” - ”War of Nerves
(1950)”
“Discord in Scarlet (1939)” - ”M 33 in
Andromeda (1943)” e pubblicato come “The voyage
of the Space Beagle” - USA 1950]
Urania n 28 & 312bis
Classici Urania n 22
Traduttore: Sergio Suè
[...]Coeurl
si fermò, avvilito. Le enormi membra anteriori gli si contrassero
per un brivido che lo fece fremere fino alle punte acuminate dei suoi
artiglio taglienti come rasoi. I potenti tentacoli che gli nascevano
fra le spalle sussultarono per un attimo. [...] Niente. Non captava
nemmeno la più lieve vibrazione, nessun indizio che gli lasciasse
sperare di trovare su quel pianeta deserto l’id,
il suo unico alimento. [...]
Alfred E. van Vogt, Crociera nell’infinito (1953).
1. Chi ha paura di un gatto(ne)
nero?
Non
mi ero reso conto di quanto fosse divertente partire alla ricerca
di nuovi romanzi da presentarvi fino a quando non ho ritrovato questo
gioiellino, dimenticato nell’angolo polveroso di un negozio
di libri usati. Il libro di Alfred Elton van Vogt è
uno di quei classici (pochi, pochissimi peraltro) che si rileggono
sempre molto volentieri e che invecchiando non hanno minimamente perso
in smalto e in fantasia. L'autore è uno dei mostri
sacri della narrativa fantascientifica americana, uno di quegli scrittori
che si amano oppure si odiano, senza mezze misure. Non posso
dire di apprezzare tutta la sua produzione, che peraltro conosco solo
superficialmente, ma sono molto affezionato alle avventure della nave
Argus, impegnata in una missione di ricerca attraverso
la nostra ed altre galassie.
Poco importa se il soggetto non è dei più originali,
oppure se l’aspetto scientifico non viene sempre trattato in
maniera impeccabile: le idee, l’azione ed un minimo di suspense,
mantengono vitale un capolavoro che, per quasi sessant’anni,
ha saputo insegnare moltissimo ai moderni scrittori di fantascienza
ed a tanti sceneggiatori cinematografici…
Un capolavoro che, molto tempo fa, deve essere sicuramente finito
nelle mani di un certo produttore di Hollywood, un produttore
molto attento e pieno di idee meravigliose, tanto da creare un vero
e proprio universo fantastico che delizia i propri sostenitori dalla
bellezza di 40 anni…
Non trovate anche voi che la missione quinquennale della Argus,
alla ricerca di nuove forme di vita dentro e fuori la nostra galassia,
sia maledettamente simile alla missione di un’altra, gloriosissima
astronave senza nessuna lettera dopo il nome, che l’avrebbe
seguita, una ventina di anni dopo?
La
trama è molto semplice (e non si direbbe certo che la prima
parte della vicenda sia stata scritta nel 1939!) e l’autore
ci porta subito nel vivo dell’azione, presentandoci una delle
creature più strane ed interessanti incontrate in un romanzo
di fantascienza, il Coeurl, un enorme predatore
simile alle nostre pantere nere, dotato di una criniera di tentacoli
prensili e piuttosto intelligente… Anzi, maledettamente intelligente!
Purtroppo, per lo sfortunato equipaggio della nave Argus, il micione
si nutre di id, ben presto identificato
dall’autore con il Potassio contenuto nelle cellule
di tutti gli esseri viventi dotati di un sistema nervoso centrale
di tipo superiore, dove risulta responsabile del loro delicato equilibrio
elettrochimico. Insomma l’id è fondamentale per la vita
ed è presente in tutte le creature viventi, uomini compresi!
Ed il Coeurl si dimostra piuttosto affamato… Soltanto dopo
una strenua difesa, i tecnici e gli scienziati dell’Argus riusciranno
ad avere la meglio sulla bestiaccia, grazie soprattutto all’intervento
di un personaggio molto particolare, il dottor Elliot
Grosvenor, unico Connettivista
imbarcato sull’astronave.
Il
Connettivismo, una nuova branca delle scienza che l’autore immagina
sia in grado di collegare tutte le diverse discipline dello scibile
umano, è già di per se una intuizione notevole, un particolare
escamotage che rende ancora più interessanti le avventure
sulla nave interstellare. Attraverso particolari preparati chimici,
ipnosi e training psichico, gli specialisti che si occupano di connettivismo
sono in grado di affrontare qualsiasi problema, unendo fra di loro
i punti di vista di ciascun ricercatore, analizzati a seconda della
propria preparazione. Attraverso le particolari doti che si sviluppano
durante l’addestramento connettivista il tecnico è in
grado di ottenere traguardi ben maggiori rispetto ai singoli scienziati,
che spesso non riescono ad oltrepassare i limiti imposti dalla propria
specializzazione. Insomma, il connettivismo fa da “collante”
ed amplificatore, dimostrandosi capace di raccogliere ed elaborare
ogni singola branca della scienza, per poi amplificare i risultati
in modo incredibile… [1]
2. Per arrivare dove nessun
uomo è mai stato prima...
[...]Istantaneamente apparve una
immagine. Era parzialmente doppia e, grazie al rivelatore encefalico
Grosvenor poté studiarla con calma. Si trattava di una forma
vagamente umanoide, la doppia faccia, le cui parti erano disposte
una sopra l’altra, era incorniciata da un ciuffo di piume dorate,
che davano l’impressione di un cappello piumato. [...]
Alfred E. van Vogt, Crociera nell’infinito (1953).
Leggendo le varie parti del libro, ci rendiamo immediatamente conto
di come il connettivismo rappresenti veramente la soluzione con cui
l’equipaggio dell’Argus riesce a salvarsi dai pericoli
più strani ed inquietanti che mai si siano incontrati in un
romanzo di fantascienza (e che certamente non avrebbero sfigurato
in una puntata del nostro serial preferito, salvo aumentarne vertiginosamente
i costi…): poco dopo aver salvato l’equipaggio dalle
pericolose attenzioni di Coeurl, le conoscenze del dottor Grosvenor
vengono messe a dura prova dal primo contatto con la razza telepatica
dei Riim, creature antropomorfe stranissime,
dotate di grandiosi poteri mentali, discendenti da un antico popolo
di uccelli. E pensare che i Riim volevano soltanto mettersi in contatto
con quelli che per loro erano nuovi e strani amici (i ricercatori
a bordo dell’Argus)! Il problema è che il rozzo tentativo
di collegare la mente collettiva dei Riim all’equipaggio della
nave rischia di fare impazzire quest’ultimo… Naturalmente
le capacità sviluppate con l’addestramento Connettivista
permetteranno al nostro buon dottore di convincere i Riim di quanto
possa essere fragile la psiche umana e risolvere ancora una volta
il problema senza perdite. O quasi…
[...]Ixtl
fluttuava nella notte senza limiti. Il tempo scorreva lentamente verso
l’eternità. Lo spazio era buio, immenso, attraverso l’infinito,
vaghe macchie di luce fredda sfioravano lo sguardo di Ixtl. Ognuna
di quelle macchie era una galassia di stelle fiammeggianti che la
distanza trasformava in nebbia luminosa. Ixtl lo sapeva. [...]
Alfred E. van Vogt, Crociera nell’infinito (1953).
Ma per la nave terrestre non c’è
pace. Mentre l’equipaggio tenta di raggiungere la galassia di
Andromeda si imbatte in Ixtl, qualcosa di
realmente alieno sia per forma che per intelligenza, alieno al nostro
spazio ed al nostro tempo. Una creatura capace di alterare la propria
struttura atomica e di sopravvivere nel vuoto inter-galattico. Una
creatura alla disperata ricerca di quelli che definisce guul,
“ospiti” adatti a crescere i propri discendenti…
(in questo momento, sono certo, un sorriso si stampa sul viso di coloro
che già hanno letto il libro; il personaggio di Ixtl sembra
proprio il progenitore di uno dei più spaventosi alieni mai
mostrati della fantascienza in celluloide!)
[...]L’Anabis
si stendeva, immensa ed informe nella seconda galassia, occupandone
l’intero spazio. Tutte le parti del suo corpo, miliardi e miliardi
di parti, erano percorse da fremiti leggeri e cercavano così
di sottrarsi automaticamente alle radiazioni ed al calore distruttivo
dei duecento miliardi di soli roventi, Ma l’Anabis non alleggeriva
la pressione sulla miriade dei pianeti, cercando così
di saziare la sua inestinguibile fame sui miliardi di punti tremolanti
sui quali le creature da cui traeva la propria sussistenza morivano
ad una ad una.[...]
Alfred E. van Vogt, Crociera nell’infinito (1953).
Anche Ixtl viene sconfitto, pagando
un prezzo molto elevato in termini di vite umane, soltanto per arrivare
all’ultimo alieno di questo volume, Anabis,
un essere vivente composto di vapori e polvere, immenso (potremmo
comodamente definirlo “cosmico”) e tremendamente
affamato di energia vitale. Quest’ultima creatura deve necessariamente
trovare grandi quantità di esseri viventi per assicurare la
propria sopravvivenza; cosa accadrebbe se inseguendo la Argus
arrivasse a scoprire il pianeta Terra? Ancora una volta saranno
gli sforzi del dottor Grosvenor ad assicurare la sopravvivenza della
nave e la distruzione del pericoloso alieno.
Ma
Coeurl, i Riim, Ixtl ed Anabis sono solo un pretesto. Il vero problema
sono gli uomini imprigionati per mesi in un guscio di noce, dentro
l’enorme sfera dell’Argus. Uomini che rischiano ogni istante
di uscire di senno, la cui aggressività ha portato alla scomparsa
del 50 percento delle navi inviate nello spazio. Le creature che vedremo
nel libro sono solo un escamotage utilizzato dall’autore per
dimostrare l’efficacia della nuova scienza nel prevenire e risolvere
i problemi a cui una nave come l’Argus va incontro durante i
suoi lunghi viaggi (No ponte ologrammi? Ahi, Ahi Ahi!).
Non per altro si comprende immediatamente che il governo terrestre
ha deciso di inserire un connettivista nell’equipaggio della
nave proprio per evitare un disastro annunciato. Troppe volte le varie
fazioni in cui i ricercatori imbarcati sulle astronavi del futuro
si sono scontrate duramente e le rivalità fra i diversi scienziati
si sono trasformate in guerre aperte.
Forse è proprio questo che affascina nel volume: la capacità
di van Vogt di elaborare una nuova scienza “umana” capace
di risolvere alcuni dei problemi che affliggono la nostra razza dalla
sua origine e cioè la ferocia, l’odio razziale, l’invidia,
la gelosia professionale, le incomprensioni fra colleghi. Ancora
una volta scopriamo un pezzo di fantascienza molto vicina alle storie
che tanto amiamo, fantascienza che mette in primo piano l’uomo,
con i suoi problemi, le sue debolezze, ma anche le sue potenzialità
e la sua forza, caratteristiche che, se utilizzate al meglio, possono
condurlo veramente “dove nessuno è mai giunto prima”.
Spero che il volume vi piaccia come è piaciuto a me (sempre
ammesso che vogliate procurarvelo) e mi vorrete perdonare se pure
questa volta ho voluto esagerare con le immagini…
Ma trovo meravigliose le copertine che sono state dedicate alle avventure
dell’Argus durante tutti questi anni, nelle diverse edizioni
del libro, in vari paesi del mondo, e cosi ho volute aggiungere alcune
alla mia recensione.
[...]Grosvenor
cominciò la lezione:”I problemi di cui il connettivismo
si occupa sono problemi globali. L’uomo ha diviso vita e materia
in compartimenti distinti di essere e di conoscenza. Sebbene qualche
volta usi un linguaggio che indica come abbia conoscenza che la natura
è una, pure l’uomo continua a comportarsi come se quest’universo,
unico e mutevole, si componesse di varie parti, ognuna funzionante
separatamente. Le tecniche di cui parleremo stasera vi mostreranno
come si può superare questo squilibrio fra la realtà
ed il comportamento dell’uomo. [...]
Alfred E. van Vogt, Crociera nell’infinito (1953).
3. Alfred Elton van Vogt.
Come al solito, ecco un paio di notizie
sullo scrittore:
Alfred
Elton van Vogt (26 Aprile 1912 – 26 Gennaio 2000) è
stato uno dei più importanti scrittori di fantascienza del
secolo scorso ed ancora oggi viene ricordato dagli appassionati del
genere come uno dei padri fondatori, insieme a personaggi del calibro
di Robert A. Heinlein ed Isaac Asimov, di quella corrente
della letteratura fantastica, che ha conosciuto un grande successo
negli anni intorno al 1940 e che ha preso il nome di “Space
Opera” [2]
Nato ad Edenburg (Manitoba, Canada) da un ammiraglio
olandese, van Vogt iniziò nel 1935 la sua carriera di scrittore
pubblicando i suoi primi racconti d’avventura sulle riviste
popolari (Pulp), genere letterario che aveva conosciuto all’epoca
una enorme diffusione, per passare solo più tardi, intorno
al 1939, a cimentarsi con la fantascienza, forse il genere che l’autore
sentiva essergli più congeniale.
Il primo racconto pubblicato da van Vogt, "Black Destroyer"
(nel numero di luglio 1939 di Astounding Science Fiction) fu ispirato
dall’opera di Charles Darwin “L’origine
della specie“.
La storia racconta di una feroce creatura aliena che si scontra con
l’equipaggio di un’astronave umana in esplorazione nello
spazio ed il racconto divenne immediatamente un classico, ispirando
numerose altre opere del genere e diverse pellicole cinematografiche.
Nel 1950 il racconto sarebbe stato collegato alle storie "War
of Nerves" (1950), "Discord in Scarlet"
(1939) e "M33 in Andromeda" (1943) dando vita così
a quello che viene considerato da molti come il suo capolavoro “Crociera
nell’infinito” (The Voyage of the Space Beagle
come omaggio alla nave dove era imbarcato lo stesso Darwin, il HMS
Beagle).
Soltanto
nel 1941 van Vogt decide di diventare uno scrittore a tempo pieno,
quindi lascia il lavoro presso il dipartimento della difesa canadese
e si dedica completamente alla narrativa. Una delle novelle più
famose di questo periodo fu “Il segreto degli Slan”
(Slan, 1941) che apparve sulla rivista Astounding Science
Fiction. Basato su quello che diventerà uno dei temi preferiti
dall’autore, il libro racconta la storia di un giovane mutante
e della sua razza, dotata di enormi poteri mentali, e del tentativo
degli uomini, spaventati dalle loro incredibili potenzialità,
di distruggerli.
Estremamente prolifico nella prima parte della sua carriera, van Vogt
scrisse un enorme numero di racconti e romanzi brevi che in seguito
avrebbe “collegato” assieme per realizzare opere di più
grande respiro, con risultati non sempre esaltanti. Nel 1944
l’autore si sposta ad Hollywood in California dove trova nuove
ispirazioni; sono di questo periodo romanzi quali “Il Mondo
del Non-A” (The World of Null-A, 1945) ed “Le
Armi di Isher” (The Weapon Shops of Isher, 1949).
Durante gli anni 50 van Vogt si avvicina a Ron Hubbard e alle sue
teorie (Dianetica), abbandonando la fantascienza per riflessioni più
introspettive. In questo periodo si limiterà ad assemblare
e pubblicare opere quali "I Ribelli dei 50 Soli”
(The Mixed Men, 1952), “La Guerra Contro i Rull”
(The War Against the Rull, 1959) e “La Città
Immortale” (The Beast, 1963).
Ricomincerà a pubblicare nuove opere solo nel 1963 grazie all’incitamento
di Frederick Pohl, scrittore di fantascienza e direttore
di Galaxy. Ma van Vogt aveva ormai esaurito la vena produttiva che
lo aveva caratterizzato all’inizio della carriera e pur continuando
a scrivere fino ad età avanzata, non riuscirà più
a raggiungere l’originalità e la forza dei primi romanzi.
Nel
1946 l’autore, insieme alla sua prima moglie venne invitato
come Guests of Honor alla quarta edizione della World SF
Convention. Nel 1980 ha ricevuto dal Canada un "Casper Award"
(ora Aurora Award) per il proprio lavoro di scrittore, nel 1995 ha
conseguito il Damon Knight Memorial Grand Master Award e nel 1996
venne premiato durante la World SF Convention per avere raggiunto
le 6 decadi di lavoro nella SF (for six decades of golden age
science fiction); inoltre la SF and Fantasy Hall of Fame lo incluse
nei suoi 4 componenti originali.
Si è spento nel 2000, a causa del morbo Alzheimer, a
Los Angeles.
Di van Vogt un autore famoso come P.K. Dick ha detto:
“Le sue storie accendono l’interesse interesse per
la SF con il suo senso del meraviglioso, che talvolta supera anche
quanto lo stesso protagonista della storia comprende”.
In una recensione di “Transfinite: The Essential A.E. van
Vogt”, lo scrittore Paul Di Filippo disse:
“L’autore sapeva con precisione quanto stava facendo
in ogni punto delle sue opere. Difficilmente van Vogt sprecava parole
nei suoi romanzi. Le sue trame erano strutture meravigliosamente collegate,
che spesso terminavano in veri e propri colpi di scena scioccanti…”
Comunque non tutti i critici erano entusiasti dei lavori di questo
autore: Damon Knight scrisse, nel 1945, che van Vogt:
“Non è un gigante, come spesso si crede. E’
solo un pigmeo che utilizza una gigantesca macchina da scrivere”.
La potenza evocativa di Van Vogt sta effettivamente nell'inserire,
all’interno delle sue storie, nuove idee e colpi di scena senza
soluzione di continuità, nel tentativo di mantenere un clima
di tensione e di suspense dall'inizio alla fine del romanzo, nello
sviluppare le proprie narrazioni in direzioni sempre nuove, non ingenue,
in cui inserisce considerazioni linguistiche e filosofiche non banali
e poi nel pensare esclusivamente in “grande”.
Van Vogt riesce a parlarci soltanto di personaggi dotati di immensi
poteri, di superuomini, astronavi lunghe chilometri e mostri tanto
giganteschi quanto assolutamente fuori dall’ordinario. Nelle
sue storie, come minimo, è sempre in gioco il destino di un
impero, di una razza o, addirittura, dell'intero universo. L’autore
non riesce a pensare se non in termini assoluti, sproporzionati in
termini di grandezza…
Mi auguro, in qualsiasi caso, queste poche parole non saranno sufficienti
a scoraggiare i lettori dello STIM dal provare a leggere almeno un
opera di questo autore. Al di la di tutto, le sue opere hanno rappresentato
una pietra miliare nella storia degli anni d’oro della SF ed
anche oggi, un volume come “Crociera nell’Infinito”,
potrà assicurarvi qualche ora di appassionante divertimento.
Riferimenti bibliografici:
Quelli fra di voi che volessero approfondire
la conoscenza dell’autore e visionare altre bellissime copertine,
oltre che visitare la pagina dedicata ad A.E. van Vogt sulla Wikipedia
in inglese, consiglio una visita al sito “The weird worlds
of A.E. van Vogt” presso l’indirizzo http://vanvogt.www4.mmedia.is/
Alfred
E. van Vogt sulla Wikipedia [in inglese]
Alfred
E. van Vogt sulla Wikipedia [in italiano]
Crociera
nell’infinito sulla Wikipedia [in inglese]
'Icshi:
the A.E. van Vogt information site'
[in inglese]
'Transfinite:
The Essential A.E. van Vogt: Vast conceptions, startling actions and
average people rendered into tomorrow's supermen' di Paul
Di Filippo
Intervista
con Alfred E. van Vogt di Robert Weinberg
[1]
Connettivismo: "Il connettivismo è la
scienza che ha lo scopo di coordinare gli elementi di un ramo della
conoscenza con quelli di altri rami ed offre il mezzo per accelerare
il processo di assorbimento delle conoscenze e di mettere in pratica
i dati acquisiti" [da "Crociera nell'Infinito"
pag. 67, Classici Urania n. 22 Gennaio 1979].
[2] Space opera:
la definizione, coniata da Wilson Tucker nel 1941,
indica la fantascienza leggera ed avventurosa che riempiva le fanzines
e i fumetti degli anni '30 e '40: lo schema è ripreso dalla
letteratura western, con l'eroe solitario – o il gruppo di "pionieri"
- che esplora pianeti sconosciuti, combatte alieni barbarici, stringe
alleanze con le civiltà extraterrestri più avanzate
e salva belle fanciulle più o meno umane dalle grinfie di creature
più o meno antropomorfe. Agli autori di space opera non importa
di spiegare scientificamente in che modo i loro protagonisti riescano
a raggiungere pianeti ben al di fuori del sistema solare e come facciano
a respirarne l'atmosfera, o come riescano a comprendere il linguaggio
degli alieni che incontrano: ciò che veramente importa agli
scrittori di space opera è suscitare nel lettore un senso di
avventura, la suspense e quel particolare “sense of wonder”
che per decenni ha caretterizzato le loro storie.
Pace profonda nell’onda
che corre.