
Ogni
tanto capita ancora la meraviglia di andare al cinema per vedere un
bel film di fantascienza non legato per forza a grandi eventi, celebri
saghe e/o esorbitanti effetti speciali. Questo “I figli degli uomini”,
uscito di recente nelle nostre sale cinematografiche, lo possiamo perfettamente
mettere in questa categoria.
Punto di partenza del film è abbastanza un classico per la fantascienza
in quanto tende a dipingere un futuro abbastanza prossimo ma tutt’altro
che roseo per il genere umano. Ormai noi, appassionati del genere, siamo
abituati ad una visione pessimistica del futuro e, d’altro canto,
abbiamo da sempre avuto il nostro Star Trek come valvola di sfogo, quindi
poco male che anche questa volta le premesse sono piuttosto pessimistiche,
purché la storia narrata non si limiti ad un freddo racconto
di uno dei tanti nefasti futuri possibili.
Infatti non é cosi e il film non dilunga molto nel portarci a
scoprire le meraviglie (in negativo) di questo futuro, preferendo fin
da subito approcciare il nocciolo del problema per poi affondare la
narrazione nella storia vera e propria.
Londra 2027. La premessa di base infatti è la totale assenza
di nuovi parti, e quindi di nuovi nascituri, da ben 18 anni. La storia
prende avvio proprio con il decesso dell’uomo più giovane
del pianeta, dell’età appunto di 18 anni.
In seconda istanza veniamo a scoprire che la società rimasta
é anch’essa allo stremo: ogni nazione salvaguarda assiduamente
i propri confini esaltando il nazionalismo proprio e denigrando quello
delle altre nazioni (la storia si svolge –guarda caso- a Londra,
capitale europea della convivenza di diverse etnie), le frontiere sono
praticamente chiuse e gli immigrati irregolari vengono rinchiusi in
ghetti selvaggi e trattati come criminali senza diritti.
In
questo doppio scenario apocalittico, apparentemente distaccato, si
muove la figura di Theo (Clive Owen), anti-eroe per
antonomasia e triste burocrate inglese con il solito passato offuscato
da un lutto e da una separazione (da Julianne Moore),
a cui viene offerta la possibilità di ridare nuova speranza
all’umanità salvando la prima donna incinta dopo 18 anni
e che tutti vogliono strumentalizzare ai propri fini politici.
La storia si dipana così nel reportage di una fuga alla ricerca
di una speranza da offrire alla madre e al primo nuovo abitante del
pianeta.
La cosa atipica che contraddistingue
le due ore del film è la drammaticità e la violenza
fin troppo veritiere per definirsi proprie ad un film di fantascienza.
Se di per sé ben sappiamo che le ambientazioni del film sono
fittizie, la loro drammaticità è talmente reale e tragicamente
ipotizzabile da renderla assolutamente anomala per questo genere di
film. Spesso e volentieri addirittura ci si dimentica di trovarsi
davanti ad un film di fantascienza e ci si immagina piuttosto che
tali luoghi possano davvero esistere.
,,, e probabilmente è così, dietro l’angolo
di casa nostra.
Soprattutto il secondo tempo, che si svolge nella violenza continua
di un centro per rifugiati dove impazza una guerriglia senza tregua,
è talento drammaticamente veritiero che, al di là delle
premesse, inquieta abbastanza da distanziarsi dalle famose “guerre
stellari” a cui siamo abituati e che, francamente, ci fanno
più divertire che inorridire, nonostante il nome concettuale.
Ed
ecco la genialità del film: perché pur essendo un film
di fantascienza veniamo catapultati in un mondo tanto crudo, realistico
e violento? Perché un mondo dove non vi sono più nuove
nascite è caduto così in basso nell’oblio?
Queste due domande, una sul film stesso l’altra più tendente
al meta-film, in realtà trovano la stessa risposta.
L’assenza dei bambini.
Infatti, pur senza esserci, sono proprio
loro i veri protagonisti di questa pellicola, come sottolineato nei
titoli di coda. La loro assenza determina appunto la drammaticità
di quella dimensione e del film stesso.
È come se il regista avesse sviluppato un film alla “Guerre
Stellari” per dei bambini che non ci sono più. E, tornando
invece nel contesto del film, è così che ci apparirebbe
il mondo se perdessimo lo sguardo, l’intervento e l’importanza
dei bambini.
Senza bambini il mondo del 2027 viene
infatti privato di due fattori essenziali: l’innocenza e la
speranza.
L’innocenza, la loro innata spontaneità, il loro essere
al di sopra delle parti e vedere le cose solo per quelle che sono
é andata completamente perduta. Nessuno è più
innocente e si cerca il colpevole in qualunque caratteristica, dal
colore della pelle a quello del passaporto.
Con essi è svanita anche la speranza; non esistendo più
un futuro, l’uomo perde ogni motivazione e ogni stimolo e si
lascia andare quindi allo suo stadio primitivo e selvaggio. Sopravvivere
diviene relativo, l’importante resta solo il presente perché
del futuro nessuno se ne occupa più. Non si guarda avanti,
non si costruisce ma si tende solo a consumare, non si cerca di rendere
migliore il mondo ma si sfrutta unicamente ogni sua risorsa per il
fine attuale.
Superlativa
la scena finale dove in un marasma di esplosioni, soldati, colpi di
fucile e aggressioni violente i due protagonisti con in grembo la
neonata attraversano il campo di battaglia. Davanti a loro per un
attimo tutto si ferma, come per incanto e come per magia. Per chi
l’avesse letto (o visto) la scena ricorda il ‘Profumo’
dell’omonimo racconto che contagiava chiunque avesse vicino
portandolo ad uno stadio superiore, come inebriato.
Al loro procedere però, dietro le loro spalle, tutto ricomincia.
Questo
film quindi, oltre che essere sicuramente avvincente ed emozionante,
con un tocco di poesia e commozione, ci porta quindi a questa piccola
grande riflessione: al di là della facile retorica, la nostra
società dipende dal futuro (rappresentato dai bambini, dalle
speranze e dai sogni). Ogni uomo cerca di rendere quel futuro migliore,
perché in ognuno di noi c’è sempre quella parte
che ancora resta bambina e che sogna, desidera, fantastica e auspica
in un miglioramento di se stessa, degli altri e dell’ambiente
che ci circonda. Se perdiamo questo lato di noi stessi, se perdiamo
i nostri bambini e quello che rappresentano, se perdiamo quella parte
di noi stessi che non deve e non crescerà mai, il futuro sarà
davvero quello drammatico ed angusto che si è visto nel film.
Forse è per questo che quando
nei telegiornali vediamo morire dei bambini nelle stragi naturali
e in quelle umane la cosa ci colpisce ancora maggiormente.
Per ogni bambino che muore inutilmente su questo pianeta, anche una
parte di noi stessi muore con esso.