I FIGLI DEGLI UOMINI
di
Matteo "Norton" Bistoletti


Ogni tanto capita ancora la meraviglia di andare al cinema per vedere un bel film di fantascienza non legato per forza a grandi eventi, celebri saghe e/o esorbitanti effetti speciali. Questo “I figli degli uomini”, uscito di recente nelle nostre sale cinematografiche, lo possiamo perfettamente mettere in questa categoria.
Punto di partenza del film è abbastanza un classico per la fantascienza in quanto tende a dipingere un futuro abbastanza prossimo ma tutt’altro che roseo per il genere umano. Ormai noi, appassionati del genere, siamo abituati ad una visione pessimistica del futuro e, d’altro canto, abbiamo da sempre avuto il nostro Star Trek come valvola di sfogo, quindi poco male che anche questa volta le premesse sono piuttosto pessimistiche, purché la storia narrata non si limiti ad un freddo racconto di uno dei tanti nefasti futuri possibili.
Infatti non é cosi e il film non dilunga molto nel portarci a scoprire le meraviglie (in negativo) di questo futuro, preferendo fin da subito approcciare il nocciolo del problema per poi affondare la narrazione nella storia vera e propria.

Londra 2027. La premessa di base infatti è la totale assenza di nuovi parti, e quindi di nuovi nascituri, da ben 18 anni. La storia prende avvio proprio con il decesso dell’uomo più giovane del pianeta, dell’età appunto di 18 anni.
In seconda istanza veniamo a scoprire che la società rimasta é anch’essa allo stremo: ogni nazione salvaguarda assiduamente  i propri confini esaltando il nazionalismo proprio e denigrando quello delle altre nazioni (la storia si svolge –guarda caso- a Londra, capitale europea della convivenza di diverse etnie), le frontiere sono praticamente chiuse e gli immigrati irregolari vengono rinchiusi in ghetti selvaggi e trattati come criminali senza diritti.

In questo doppio scenario apocalittico, apparentemente distaccato, si muove la figura di Theo (Clive Owen), anti-eroe per antonomasia e triste burocrate inglese con il solito passato offuscato da un lutto e da una separazione (da Julianne Moore), a cui viene offerta la possibilità di ridare nuova speranza all’umanità salvando la prima donna incinta dopo 18 anni e che tutti vogliono strumentalizzare ai propri fini politici.
La storia si dipana così nel reportage di una fuga alla ricerca di una speranza da offrire alla madre e al primo nuovo abitante del pianeta.

La cosa atipica che contraddistingue le due ore del film è la drammaticità e la violenza fin troppo veritiere per definirsi proprie ad un film di fantascienza. Se di per sé ben sappiamo che le ambientazioni del film sono fittizie, la loro drammaticità è talmente reale e tragicamente ipotizzabile da renderla assolutamente anomala per questo genere di film. Spesso e volentieri addirittura ci si dimentica di trovarsi davanti ad un film di fantascienza e ci si immagina piuttosto che tali luoghi possano davvero esistere.
,,,  e probabilmente è così, dietro l’angolo di casa nostra.
Soprattutto il secondo tempo, che si svolge nella violenza continua di un centro per rifugiati dove impazza una guerriglia senza tregua, è talento drammaticamente veritiero che, al di là delle premesse, inquieta abbastanza da distanziarsi dalle famose “guerre stellari” a cui siamo abituati e che, francamente, ci fanno più divertire che inorridire, nonostante il nome concettuale.

Ed ecco la genialità del film: perché pur essendo un film di fantascienza veniamo catapultati in un mondo tanto crudo, realistico e violento? Perché un mondo dove non vi sono più nuove nascite è caduto così in basso nell’oblio?
Queste due domande, una sul film stesso l’altra più tendente al meta-film, in realtà trovano la stessa risposta.
L’assenza dei bambini.

Infatti, pur senza esserci, sono proprio loro i veri protagonisti di questa pellicola, come sottolineato nei titoli di coda. La loro assenza determina appunto la drammaticità di quella dimensione e del film stesso.
È come se il regista avesse sviluppato un film alla “Guerre Stellari” per dei bambini che non ci sono più. E, tornando invece nel contesto del film, è così che ci apparirebbe il mondo se perdessimo lo sguardo, l’intervento e l’importanza dei bambini.

Senza bambini il mondo del 2027 viene infatti privato di due fattori essenziali: l’innocenza e la speranza.
L’innocenza, la loro innata spontaneità, il loro essere al di sopra delle parti e vedere le cose solo per quelle che sono é andata completamente perduta. Nessuno è più innocente e si cerca il colpevole in qualunque caratteristica, dal colore della pelle a quello del passaporto.
Con essi è svanita anche la speranza; non esistendo più un futuro, l’uomo perde ogni motivazione e ogni stimolo e si lascia andare quindi allo suo stadio primitivo e selvaggio. Sopravvivere diviene relativo, l’importante resta solo il presente perché del futuro nessuno se ne occupa più. Non si guarda avanti, non si costruisce ma si tende solo a consumare, non si cerca di rendere migliore il mondo ma si sfrutta unicamente ogni sua risorsa per il fine attuale.

Superlativa la scena finale dove in un marasma di esplosioni, soldati, colpi di fucile e aggressioni violente i due protagonisti con in grembo la neonata attraversano il campo di battaglia. Davanti a loro per un attimo tutto si ferma, come per incanto e come per magia. Per chi l’avesse letto (o visto) la scena ricorda il ‘Profumo’ dell’omonimo racconto che contagiava chiunque avesse vicino portandolo ad uno stadio superiore, come inebriato.
Al loro procedere però, dietro le loro spalle, tutto ricomincia.

Questo film quindi, oltre che essere sicuramente avvincente ed emozionante, con un tocco di poesia e commozione, ci porta quindi a questa piccola grande riflessione: al di là della facile retorica, la nostra società dipende dal futuro (rappresentato dai bambini, dalle speranze e dai sogni). Ogni uomo cerca di rendere quel futuro migliore, perché in ognuno di noi c’è sempre quella parte che ancora resta bambina e che sogna, desidera, fantastica e auspica in un miglioramento di se stessa, degli altri e dell’ambiente che ci circonda. Se perdiamo questo lato di noi stessi, se perdiamo i nostri bambini e quello che rappresentano, se perdiamo quella parte di noi stessi che non deve e non crescerà mai, il futuro sarà davvero quello drammatico ed angusto che si è visto nel film.

Forse è per questo che quando nei telegiornali vediamo morire dei bambini nelle stragi naturali e in quelle umane la cosa ci colpisce ancora maggiormente.
Per ogni bambino che muore inutilmente su questo pianeta, anche una parte di noi stessi muore con esso.



Se volete commentare questo articolo scrivete a
Warp Mail