TSCHAI
di Jack Vance

di
Paolo "Exidor" Longarini



Se sento ancora parlare di pistole a raggi, urlo.
Nel caso vogliate sottopormi il vostro ultimo racconto in cui un astronauta si perde nello spazio-tempo e finisce nella camera da letto di una giovane Margaret Thatcher dove potrebbe, cedendo ai bassi istinti e donando a quella che solo dopo molti anni sarebbe diventata la Lady di Ferro, quello che gli avrebbe fatto un gran bene avere da ragazza e cambiare la storia futura, bene, sappiate che se me lo fate avere in forma cartacea finirà sotto la gabbietta di Vercingetorige, il canarino di zia Luciana. Se, invece, me lo mandate via e-mail, il vostro indirizzo finirà su una chat di ottuagenari sadomasochisti e il racconto lo metto su emule rinominato “Kevin e Britney xxx”.
Dicembre, si accende il camino. Nulla brucia meglio di un bell’Urania.
Saghe interminabili in cui imperatori spaziali radono al suolo pianeti inermi solo perché in televisione non davano nulla di buono e Sky costa troppo.
Libri in cui i protagonisti sono tutti fichissimi, i cattivi sono alieni bastardi succhiatori di midollo (Alan Space e le suocere spaziali).
Astronauti capitati per caso dove non dovrebbero stare, realtà alternative (è uscito addirittura un libro in cui si ipotizza il controllo mondiale da parte dell’impero romano, Mercedes e gladiatori, perché non era venuto in mente prima?), paradossi temporali, timidi ragazzotti di provincia che viaggiano nel tempo.
Basta basta basta.

Insomma, quanti dardi laser può sopportare un uomo? Per quante volte puoi sentire la parola “antigravità” prima di salire sopra una torre e fare fuoco sui passanti o prima di scegliere VOLONTARIAMENTE di voler transitare da Roncobilaccio a Barberino del Mugello, quante astronavi devi vedere distrutte sulle pagine di un libro prima di premere il tasto 5 sul telecomando la domenica pomeriggio?
Per quanto mi riguarda, troppi.
Sette anni di recensioni. Per recensirne uno bisogna leggerne almeno tre/quattro al mese. Fanno dai 250 ai 300 libri di pistole laser e pistola (e basta).

La goccia che ha fatto traboccare il classico vaso: Tschai di Jack Vance.
Mamma mia.
Avvincente come un disco di Richard Clayderman Lo avevo comprato questa estate, dovevo mettere benzina, il simpatico gestore aveva appeso un cartello con scritto “Usate il self service, me ne vado a pesca” e io avevo solo 50 euro. Se metto tutti quei soldi di benzina dentro la macchina, distruggo un ecosistema formatosi sulla parte superiore del serbatoio. Se pago un caffè con quella cifra, il barista mi riga la macchina e mette in giro una chiacchiera su di me (una qualsiasi, il barista del mio paese è una potenza mondiale, temuto e rispettato come un misto tra Kofi Annan e Luciano Moggi). In vista ci sono solo due esercizi commerciali, un edicola ed una profumeria. Se scelgo la seconda e compro qualcosa per mia moglie, 50 euro non bastano e per me, beh, l’omo ha da puzzà. Nemmeno a dirlo, scelgo l’edicola.
Sono le sette di sera, posso mica comprare un quotidiano.
La copertina arancione, attira.
La scritta “saga completa”, attira ancora di più.
Lo faccio.
Compro il libro per 6,90 e metto 5 euro di benza.
Leggo le prime dieci pagine.
L’avvincente e originalissima storia di un astronauta esploratore finito su un pianeta sconosciuto. Caspita, non l’avevo mai sentita.
Venti pagine.
Indovinate? Viene fatto schiavo ma riesce, con intuito e destrezza, a guadagnarsi la stima dei suoi carcerieri.
Cinquanta pagine.
Rischia la vita per salvare la virtù di una che non ha mai visto in vita sua ma che ha due bocce che sfidano le leggi gravitazionali ed un culetto che, se lo guardi con la coda dell’occhio, ha dei riflessi arcobaleno.
Cinquantuno pagine.
La superspazzola è la figlia di un mega imperatore del luogo rapita da una rivale, se la salva diventerà ricchissimo e verrà insignito del titolo di “cazzuto che siede alla destra del re e si schioppa la di lui figlia”, figura ambitissima nel regno.

Basta.

Per la terza volta in vita mia (le precedenti erano state “Il petalo cremisi e il bianco” di Faber e uno dei libri del ciclo di Ramses) ho interrotto la lettura di un libro. Non l’ho finito.
E non ho nessuna intenzione di finirlo, per giunta. E per bacco, ohibò.

Per carità, sono io. Tutto è relativo al momento che stiamo vivendo, magari, se letto in un altro momento, potevano esserci serie possibilità non che mi sarebbe piaciuto ma, almeno, di trovarlo gradevole. Ora come ora, penso alla cellulosa sprecata per pubblicarlo che poteva essere usata per scopi più utili e nobili, che so, il libretto di istruzioni di un cacciavite ad esempio.
Esistono quei momenti nella vita di tutti in cui diciamo basta.
Basta alle cose che non ci piacciono o che ci hanno stancato (troviamo il coraggio di dire a nostra suocera che ha ridotto parte del nostro apparato genitale alla consistenza del Cameo Ciobar, facciamo gentilmente notare al nostro capo che le sue continue pacche sulla spalla può usarle per schiaffeggiare lo scroto di Tinazzi dell’amministrazione quando, un giorno sì e uno no, va a casa dalla sua signora. Del capo, non di Tinazzi), a volte, diciamo basta anche a quello che amiamo e di cui mai avremmo pensato di dovere o potere fare a meno (come il prendersi una pausa dalla propria ragazza o dalla moglie e vedere se la Bombazzi, come dicono tutti, davvero la regala a destra e sinistra. Certo questa è una teoria prettamente maschile, con la prerogativa di dover assolutamente restare segreta, ma segreta segreta, tipo Fight Club, altrimenti all’istante vi ritrovate a dormire in macchina senza una lira)
Abbiamo bisogno di una pausa.
È normale.
Guai a non farlo.
Facciamo un caso ipotetico, molto ipotetico.
Star Trek.
Berman e Braga.
Due grandi autori, due bellissime menti che per qualche decennio ci hanno fatto amare questa saga fino a farcela diventare la nostra passione.
Spremi spremi e spremi, non ne puoi più. Se sei costretto a fare qualcosa che non ti piace più, che non ti appassiona più, che non riesce più a divertire il bambino che è in te (c’è Meluzzi in televisione, si è notato?), rischi di distruggere tutto quello che hai creato, potresti dare il via a qualcosa di cui, poi, potresti pentirti.

Potresti creare Enterprise.



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