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"BLADE
RUNNER"
VS
"MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE?"
Ovvero “Le macchine fragili ed assassine di Philip K. Dick e Ridley Scott”
di Daniele
"Nemo" Volpi
"Nell'universo
esistono cose gelide e crudeli, a cui ho dato il nome di macchine […]
L'androide è una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele,
spacciandosi con successo per un nostro simile […] L'intero universo
è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e
crudeli entità che ci sorridono tendendoci la mano […] Un
essere umano privo di empatia è identico a un androide costruito
senza di essa".
(Philip K. Dick Mutazioni, Feltrinelli 1997)
Risultati
01 - 10 su circa 6.460.000 per “Blade
Runner“
(Risposta di Google all’occorrenza ‘Blade Runner’)
Vi
avevo promesso che sarei tornato a parlare di uno degli scrittori di SF
più interessanti del ventesimo secolo e dal momento che ogni promessa
è un debito, ho deciso di farlo subito, anche se a modo mio. Alla
fine di questo articolino troverete, come al solito, l’indirizzo
per la nostra Warp Mail; vorrei conoscere il vostro parere,
se considerate significativo quello che vi scrivo oppure se vi sto annoiando...
Considerando
il soggetto di questa nuova chiacchiarata sulle opere di Philip K. Dick,
avrei potuto iniziare ancora una volta con il più noto epitaffio
nella storia della fantascienza cinematografica, "Ho visto cose
che voi umani non potete neppure immaginare…”, la frase
con cui il replicante Roy Batty (Rutger Hauer) si congeda da
questo mondo e dal cacciatore Rick Deckard (Harrison Ford), prima
di abbandonarlo a combattere, da solo, con i suoi fantasmi.
Ma
con questo articolo non voglio tornare a parlarvi soltanto di uno dei
più famosi film di fantascienza di tutti i tempi (un vero e proprio
cult movie, considerato il primo lungometraggio “cyberpunk”
nella storia del cinema, che nel 2007 compirà ben 25 anni);
piuttosto vorrei parlare anche di Blade Runner, mettendolo in
“rotta di collisione” con l’opera che gli ha dato i
natali e che, almeno nel nostro paese, non sembra godere della considerazione
che merita. Mi riferisco allo splendido romanzo “Ma gli androidi
sognano pecore elettriche?” (Do Androids Dream of Electric
Sheep?) scritto da Dick nel 1968. Provate ad inserire in Google il
titolo del film; se avete letto attentamente le citazioni all’inizio
dell’articolo vi sarete accorti che le occorrenze del termine sono
quasi sei milioni e mezzo. Paradossalmente una ricerca sul titolo del
libro vi restituirà molti, molti meno riferimenti alle pagine presenti
in rete. Eppure senza il romanzo e le sue visionarie anticipazioni,
ben difficilmente una pellicola di questa portata evocativa avrebbe visto
la luce. Per questo motivo, se avete visto il film in una delle sue numerose
versioni, vorrei darvi subito un consiglio: non lasciatevi distrarre da
quanto avete visto in Blade Runner e preparatevi a riconsiderare quello
che avete immaginato fino ad ora. Vi aspetta un viaggio in una S. Francisco
molto diversa da quella che ospita la Federazione nel 24esimo secolo e,
di seguito, un tour da brivido in una città degli angeli (caduti),
che non assomiglia minimamente a quella che credete di conoscere.
Benvenuti nell’inferno urbano del futuro.
San
Francisco, Gennaio 1992”
"[…]
Ma la loro stretta è quella della morte,
e il loro sorriso è di un gelo tombale.
(Philip K. Dick Mutazioni, Feltrinelli 1997)
Nel
mio precedente intervento sulla vita dell’autore ho descritto il
periodo 1964-1970 come uno dei momenti più difficili nell’esistenza
di Philip K. Dick: durante il 1964 divorzia dalla terza moglie, Anne Rubenstein,
ed in piena crisi paranoica si trasferisce a San Francisco dove inizia
a fare uso di droghe, sviluppando una dipendenza dalle anfetamine,
che gli risulteranno sempre più necessarie durante la stesura dei
suoi romanzi. In
questo periodo cosi critico nasceranno, paradossalmente, due dei suoi
capolavori, due opere basate su presupposti abbastanza simili ma sviluppati
in maniera completamente differente e cioè “Ma gli androidi
sognano pecore elettriche?”, il cui nucleo centrale è
l'angosciosa impossibilità di definire cosa sia realmente
un’uomo e come si possa rapportare con l’entropia
e la morte, e quindi “Ubik” del 1969, in cui l'autore
affronta il paradosso dell'esistenza e della possibilità
della vita dopo la morte.
Diversi anni più tardi sarà proprio il visionario “Ma
gli androidi…” ad essere utilizzato da Ridley Scott
come struttura esterna, scheletro ed ispirazione per il suo Blade
Runner, anche se le differenze fra le due opere sono addirittura
abissali. Il
romanzo di Dick, nella sua forma originale, si è dimostrato un
lavoro troppo impegnativo da trasferire su pellicola; per questo motivo
è stato fatto a pezzi, masticato, metabolizzato, trasformato nell’ottica
del più classico spettacolo holliwodiano. Praticamente, del racconto
originale, rimane solo un pallido fantasma, ma questo non significa che
il film abbia mancato il proprio obiettivo, anzi (è per questo
che ho voluto presentarvi il libro per primo, così da realizzare
cronologicamente un parallelo fra le due opere e comprendere cosa è
stato trasformato, cosa si è smarrito nel passaggio fra la carta
stampata e le immagini, e cosa si è guadagnato… E per spingervi
a leggere il racconto, naturalmente!).
Ma gli androidi…” si apre su di una S. Francisco
ridotta ai minimi termini, una città futura e devastata, resa crepuscolare
da continue tempeste di polvere radioattiva; un conflitto nucleare nel
1992, di cui non sappiamo e non capiamo molto, ha decimato non solo la
sua popolazione ma anche la maggior parte del genere umano, che si è
visto costretto fuggire in massa verso le colonie extramondo di Marte
ed ancora più lontano.
Sulla terra sono costretti a rimanere soltanto coloro che non possono
partire, perché troppo vecchi, oppure troppo segnati dalle radiazioni,
che hanno intaccato il loro corredo cromosomico e più spesso le
loro facoltà mentali. Sono questi “gli speciali”,
i diversi, che l’autore mette sullo stesso piano delle creature
artificiali che danno il titolo al romanzo e che i “normali”
disprezzano allo stesso modo; gli umili messi da una parte e considerati
poco più che animali da una umanità sull’orlo dell’estinzione.
Gli animali… Il destino degli animali sulla Terra
rappresenta una delle tante, geniali anticipazioni dell’autore:
il 99 percento delle specie animali di tutto il pianeta si è estinto,
è scomparso nel volgere di pochi mesi (quello che accade anche
oggi, sebbene ad una velocità ben inferiore). Soltanto un piccolo
numero di esemplari sono sopravvissuti, protetti, cercati e collezionati
da una popolazione sempre più sola ed isolata; la ricerca ed il
possesso di un animale rappresenta uno dei temi portanti della narrazione,
che verrà sacrificato nel passaggio dal libro al film.
Soltanto l’immondizia, la “palta” (kipple in
originale), come viene definita da Dick la materia, organica e non, in
dissoluzione sembra sopravvivere in questo futuro e moltiplicarsi nei
palazzi semidisabitati della città… Una rappresentazione
dell’entropia che sta consumando il mondo e la personalità
di un genere umano ridotto al lumicino.
Unica ancora di salvezza, la nuova “religione” del Mercerianismo
(o Mercerismo): l’umanità descritta da Dick nel romanzo è
una civiltà che cerca di sopravvivere trovando rifugio in una realtà
alternativa di tipo messianico, generata attraverso dei sistemi elettronici
simili a delle piccole scatole nere (“The little black box”
era il titolo originale del racconto del 1968 sviluppato da Dick per realizzare
“Ma gli androidi…”), creata da Wilbur
Mercer, il nuovo Cristo. Questo personaggio, attraverso l’utilizzo
delle sue “scatole”, riunisce telepaticamente i resti di questa
umanità sbandata, che ha tra le regole della sua religione il rispetto
assoluto degli animali, visti simbolicamente come elementi fondamentali
per conservare l'empatia sulla Terra. L'incapacità di comprendere
questa religione, di fare propria l’empatia, impedisce agli androidi
di elevarsi realmente al livello degli esseri umani e poco importa se
la vita media di una di queste creature è soltanto di 4 anni; in
qualsiasi caso, l’incapacità di essere uguali
ai propri creatori li condanna irrimediabilmente ad essere soli e diversi.
2.
Natura morta con rovine.
"Empatia":
dal greco emphàtheia 'passione'.
Capacità di capire, di sentire e condividere i pensieri e le emozioni
di un altro in una determinata situazione.
(Estratto dal Vocabolario Zingarelli, 1997)
Il
test Voigt-Kampff, che il cacciatore di taglie Rick Deckard
utilizza per scovare le proprie prede confuse tra gli umani, si basa proprio
su questa sottile differenza tra uomo ed androide. Per questo motivo gli
esseri artificiali di Dick sono spinti da un odio profondo per l'empatia
e il Mercerianismo, un odio selvaggio personificato da Buster
Friendly, l'eterno show-man androide, che dalle frequenze del
suo programma televisivo, in onda 24 ore su 24, compete con Mercer per
assicurarsi le attenzioni dell'umanità, per distruggere il Mercerianesimo
e con questo l'unica differenza tra l'uomo e la macchina.
E poi gli androidi. Sono ben lontani dall’immagine
di Roy Batty/Rutger Hauer, agonizzante sul tetto della casa di J.F.Sebastian
nella scena finale del film. Non c’è nulla di romantico in
questi esseri bioartificiali che, fuggiti da Marte, fanno ritorno sul
nostro pianeta allo scopo di avvicinarsi ai propri creatori. Soltanto
coloro che hanno letto il libro si sono resi conto, non senza sorprendersi,
che non è il limite di vita a spingere gli otto androidi modello
Nexus-6 verso il nostro mondo. Allora, ci si potrebbe chiedere, per quale
motivo le creature artificiali spesso abbandonano le colonie per cercare
di raggiungere la Terra, dove sanno di andare incontro alla morte (o,
meglio, al ritiro), piuttosto che rimanere nelle zone libere
dell’extramondo, dove possono vivere la loro breve esistenza, senza
problemi? Il loro obiettivo primario, nella narrazione dickiana, è
quello di raggiungere la Terra dove si trova quello che rimane della vera,
originale razza umana. È tra gli umani che gli androidi
vogliono confondersi, perché soltanto in questo modo potranno trovarsi
vicini al creatore, potranno credersi più “umani”
(Androide="aner, andros"=Uomo).
Non è forse vero che uno dei grandi temi della SF è il tentativo
da parte dei robot di liberarsi della propria origine artificiale di macchine
per diventare umani, così come l'uomo tende ad avvicinarsi alla
perfezione divina?
Gli androidi di Dick sono mediocri e malvagi come gli uomini che li hanno
creati a loro immagine e per questo motivo la loro glorificazione, la
redenzione finale di Roy Batty al termine del film di Scott non era nemmeno
pensabile nel libro di Dick. Le macchine dell’autore sono crudeli,
incapaci di provare sentimenti, prive completamente dell’istinto
di conservazione che avrebbe caratterizzato i ben più ambiziosi
replicanti creati da Scott, insomma dei semplici “simulacri”
estremamente sofisticati, ben lontani da quella dimensione umana a cui
tendevano e per questo destinati fin dall’inizio a venire ritirati.
Ma
le differenze fra il romanzo ed il film non si limitano soltanto a questo:
la Rosen Association rappresenta soltanto una delle multinazionali che
realizzano androidi sulle colonie extramondo (che nel film diventerà
la Tyrell Corporation), J.R. Isidore è l'ingenuo deficiente che
ospita i fuggitivi, bisognoso in modo quasi infantile di dare e ricevere
affetto, che nella pellicola si trasforma nel biotecnologo J.F.Sebastian
condannato come i suoi simulacri ad una vita brevissima dalla sindrome
di Matusalemme; nel libro troviamo anche gli apparecchi Penfield per la
regolazione dell'umore psicologico di un’umanità sempre più
dissociata e sull’orlo di una crisi di nervi planetaria, Phil Resch,
il cacciatore di taglie alter ego speculare di Deckard, la moglie di Deckard,
Iran e la sua amata capra nubiana… Tutti elementi fagocitati e
scomparsi, come se fossero irrilevanti nella narrazione della vicenda.
Nel
racconto di Dick, Deckard si rivela anni luce lontano dallo stereotipo
rappresentato dalla pellicola di Scott; dimentichiamoci il duro alla Marlowe,
il personaggio si rivelerà una figura molto più semplice,
più “grigia”, molto simile ad un padre di famiglia
dei giorni nostri che si arrabatta per portare a casa qualche soldo, pagare
le bollette e le rate dei prestiti. Ciò che troviamo in entrambi
i lavori è il bisogno disperato di amare che lacera il personaggio
principale e che Deckard, trasformato dall’autore nel simbolo di
un mondo in agonia, cerca prima in sua moglie, poi in un animale non meccanico,
finendo poi per credere di trovarlo in Rachel, un'androide. Il protagonista
arriverà persino a provare una sorta di empatia, di affetto per
gli androidi (in parte ripreso da Scott che lo trasforma nella tensione
mostrata da Deckard/Harrison Ford per Zhora e Rachel).
Ma se nel film si è deciso di stabilire una liason romantica fra
cacciatore e preda, come romantica è la conclusione della pellicola
(almeno nella versione originale), la relazione fra i due personaggi del
romanzo brilla per crudezza e fisicità, si trasforma in una sorta
di duello fra il sempre più dubbioso Deckard e la fredda Rachel,
che alla fine ne esce vincitrice.
Altro punto fondamentale (che non ritroveremo nel film del 1982) è
la necessità, nella narrazione dickiana, di far interagire il personaggio
di Deckard con la figura di Isidore; il punto di vista del cacciatore
di taglie non è completo senza quello dello speciale. Il problema
morale del libro, consiste appunto nel confronto fra questi diversi punti
di vista, queste differenti visioni del mondo: Deckard ama gli animali,
lo vediamo soffrire per la mancanza di un animale vivente e viene sconvolto
dalla morte della propria capra, ma rimane indifferente all’eliminazione
degli androidi. Una indifferenza che in realtà è una indifferenza
nei confronti del genere umano. Deckard infatti non rimane altrettanto
sconvolto dallo scoprire che il test Voigt-Kampff e tutt’altro che
infallibile e che probabilmente sono stati "ritirati" per errore
veri esseri umani, colpevoli soltanto di non rispondere con sufficiente
empatia alle domande del test.
Se Deckard è il fulcro dello sviluppo dell'azione, della storia,
Jack Isidore è il fulcro del problema morale, è il punto
di equilibrio tra gli esseri umani e gli androidi, capaci di un assurdo
sadismo nei confronti dello stesso Isidore. I due protagonisti interagiscono
solo alla fine della vicenda, quanto Deckard si reca nel palazzo abbandonato
dove Isidore abita per eliminare gli androidi, e Isidore, con la semplicità
che contraddistingue il suo stato di “speciale”, glieli consegna,
punendoli per la loro crudeltà.
Nel romanzo Dick aveva “costruito” un profondo contrasto morale
dentro il personaggio di Deckard, un aspetto particolarmente evidente
nel rapporto tra Deckard e Phil Resch, l’altro personaggio eliminato
da Blade Runner. Il confronto con il secondo cacciatore, cinico e crudele,
è la molla che innesca in Deckard una serie di dubbi e di riflessioni
che lo porteranno a fare l'amore con l’androide Rachel Rosen, e
a chiedersi addirittura se gli androidi possano o no avere un anima.
Non
c’è una luce di speranza nella narrazione del libro, non
esiste possibilità di salvezza per le creature artificali, non
è previsto riscatto per l’anima tormentata del cacciatore
di androidi. Roy ed il resto dei fuggitivi rimangono coerenti fino all’ultimo
con la propria natura di simulacri, copie, imitazioni parziali e verranno
eliminati in modo sbrigativo ed anonimo da un Deckard sempre più
lacerato dalla perdita delle proprie sicurezze. Il viaggio finale del
poliziotto non ha nulla delle tranquille immagini che tutti noi abbiamo
visto, sembra piuttosto una discesa negli inferi dei deserti radioattivi
in cui è stato trasformato lo stato dell’Oregon dalla furia
della guerra. Paradossalmente il cacciatore che aveva pensato di trovare
l’amore in una delle sue prede, lo riscoprirà nella figura
della moglie, che all’inizio della vicenda era arrivata ad allontanarlo
con stizza.
Come in un viaggio al termine della notte, Rick troverà la salvezza
nella propria casa, in un nuovo equilibrio, in ritrovato modus vivendi,
nell’attesa che inizi un nuovo giorno di lavoro, di caccia, in questo
pianeta allo stremo.
3.
“Los Angeles, novembre 2019”
Blade
Runner: l'alter ego distopico della stessa L.A. Prendete il Grayline tour
nel 2019: la piramide neo-maya alta due chilometri della Tyrell Corporation
stilla pioggia acida sulle masse bastarde nella brulicante Giza giù
di sotto. Enormi immagini al neon fluttuano come nuvole sopra le strade
fetide e iperviolente, mentre una voce intona canzoncine pubblicitarie
per cittadini di periferia che vivono nell'"Off-World". Deckard,
un Marlowe post-apocalisse, combatte per salvare la sua coscienza e la
sua donna, in un labirinto urbano governato da società biotech
malvagie...
Mike Davis “L'ecologia della paura”.
Piove.
In Blade Runner, il noir perfetto per un futuro prossimo venturo, sembra
piovere sempre.
La pioggia si impone come uno dei punti fermi dell’ecosistema del
futuro, una pioggia infinita, eterna. Fin dalle prime battute la pellicola
ci accoglie con le immagini di due forze opposte ed antitetiche, la pioggia,
l’acqua e le fiamme dalle torri degli immensi complessi indistriali
sparsi per la megalopoli, che si scontrano e si compenetrano, come faranno
di li a poco le esistenze dei personaggi del film.
La Los Angeles del 2019 si presenta con esplosioni di fiamme che sembrano
violare un cielo reso nero dalla polvere (dall’inquinamento, dalla
pioggia, dalla ricaduta radioattiva, nessuno si prende la briga di spiegarcelo)
mentre la macchina da presa si sposta attraverso uno skyline urbano che
sembra non avere confini. Masse anonime, multietniche, abbruttite, si
trascinano fra le strade di una megalopoli sotto una pioggia incessante,
mentre edifici semivuoti e degradati, svuotati dalla migrazione del genere
umano verso le colonie extra-mondo, torreggiano al di sopra della folla
senza nome in un cielo attraversato dalle macchine antigravitazionali
e dai cartelloni pubblicitari delle multinazionali.
Los Angeles è un labirinto cupo e malato che Ridley Scott, in collaborazione
con Syd Mead, il designer Lawrence Paul e l'art director
David Synder, ha voluto confezionare per dare corpo agli incubi
urbani di Philip K. Dick. Ma eliminata l’interpretazione del regista
di un Giappone urbano post industriale, visto come rappresentazione dell’inferno,
ignorati gli interni trasudanti marmo in stile Art Deco, tipici del "noir"
americano anni 50, al di là alle contaminazioni high-tech devastate
da una radicale decadenza, quello che rimane è una riconoscibile
visione del gigantismo urbano utilizzata da Fritz Lang nel suo capolavoro
Metropolis (1931), dove il palazzo-piramide della Tyrell Corporation,
immerso in un cielo oscuro solcato da macchine antigravità, rappresenta
la naturale evoluzione della famosa città grattacielo destinata
alla borghesia di Metropolis, già allora frutto dell’omaggio
di Lang ai futuristi americani suoi contemporanei.
Ed in questa “culla” oscura si sviluppa una nuova stagione
all’inferno per il cacciatore di replicanti Rick Deckard, che in
questa veste si trascina dietro il volto disilluso e sofferente di un
Harrison Ford, novello Marlowe, ben deciso ad abbandonare un mestiere
che chiaramente non ama.
Quando lo vediamo per la prima volta, Deckard sta leggendo un quotidiano,
la sua voce fuori campo ci spiega che sul giornale fra gli annunci economici
non si trova nemmeno una inserzione dove si voglia reclutare un assassino.
Perché è questa la sua professione. Ex sbirro, ex-cacciatore
di taglie, ex-assassino, veniamo subito informati delle dimensioni psicologiche
del personaggio, un individuo freddo, a corto di soldi, e soprattutto
solo.
Le cose, però, nella Los Angeles del 2019 cambiano molto in fretta.
Il suo vecchio capo, Bryant, lo rivuole in servizio: il poliziotto faceva
parte di una speciale sezione della polizia metropolitana, i “blade
runner”, delegati al ritiro dei cosidetti lavori in pelle,
dei replicanti, perfetti simulacri umani artificiali, ritornati illegalmente
sulla terra dalle colonie extramondo. Condannati ad un’esistenza
di soli 4 anni, queste copie perfette degli esseri umani, più forti,
più intelligenti, sembrano alla disperata ricerca di qualcuno che
possa assicurare loro l’ultimo “santo graal” della mitologia
robotica. Una lunghezza di vita paragonabile a quelle dei loro creatori.
La nuova progenie sviluppata dalla Tyrell Corporation poi sembra promettere
fin troppo bene; non soltanto i nuovi sistemi biologici sono in grado
di surclassare i propri creatori, ma stanno sviluppando un sistema gerarchico
che minaccia di trasformare i fuggitivi in una squadra capace di tenere
testa a chiunque si frapponga fra loro ed il loro obiettivo.
Niente nuova religione, niente comunione empatica dell’umanità,
niente immondizia, niente alter ego Resch senza scrupoli. Alcune delle
più lucide invenzioni partorite dalla mente dell’autore di
“Ma gli androidi…” smettono semplicemente
di esistere, mentre altre si guadagnano un breve accenno sul campo (l’estinzione
degli animali e la loro sostituzione con simulacri meccanici, Deckard
che ricorda il nomignolo che la moglie gli aveva trovato “Sushi…Pesce
freddo: è così che mi chiamava la mia ex-moglie…”).
In questo futuro popolato da reietti, che non vogliono o non possono raggiungere
le colonie extramondo, a scapito della martellante campagna pubblicitaria
portata avanti dalle agenzie governative, da sbirri e dai ricchi capitalisti
che vivono all’interno dei loro palazzi/templi/tombe, Deckard accetta
di terminare quest’ultimo gruppo di replicanti, che si sono dimostrati
fin da subito un boccone amaro per le forze dell’ordine, accoppando
senza tanti complimenti il primo cacciatore che li aveva scoperti. E mentre
il poliziotto si concentra nel suo lavoro di pulizia ecco apparire i primi
dubbi, le prime insicurezze: in fondo queste creature sembrano molto più
umane della maggior parte delle persone che incrociano la strada di Deckard…
4. “Con fierezza si alzarono gli angeli…”
I personaggi dei suoi romanzi sono prigionieri di un’illusione,
quella di vivere in un mondo stabile e significativo. Questo mondo si
trasforma invece, inesorabilmente, in un universo che cade a pezzi, dimostrandosi
un’illusione di realtà generata dalla volontà di imporre
un ordine all’esistenza. Già demistificante rappresentazione
del mondo contemporaneo, dove niente può durare per sempre, la
fantascienza di P. K. Dick diventa così una illuminante indagine
sulle manifestazioni di un’esigenza esistenziale che è universalmente
presente nell’uomo, ma che nella società contemporanea genera
infinite contraddizioni: le stesse contraddizioni in cui i personaggi
che popolano i suoi mondi immaginari rischiano di perdersi, ma che ognuno
di loro cerca di superare.
Francesca Rispoli, “Universi che cadono a pezzi, la fantascienza
di Philip K. Dick”
Deckard sarà costretto suo malgrado a confrontarsi con chi ha realizzato
fisicamente gli esseri artificiali che deve “ritirare”, scoprendo
l’esistenza della bella Rachel Tyrell, il prototipo di una nuova
generazione di replicanti con cui inizierà una storia d’amore,
forse il punto più debole della vicenda, mentre procederà
a ritirare i replicanti in fuga.
Poco fa vi ho detto che l’idea religiosa sviluppata nel romanzo
è stata eliminata. Sono stato impreciso. Meglio affermare che Scott
ha deciso di “sostituire” l’idea di una religione come
il Mercerianesimo, con la sua empatia planetaria ed il suo desiderio quasi
cristiano di comunione e di redenzione tipico del Nuovo Testamento, con
una raffigurazione di due miti biblici derivati direttamente dall’Antico
(Testamento).
Da una parte la nascita dell’uomo (e della donna) replicati, vissuta
come creazione artificiale, assessuata dell’uomo-dio Eldon Tyrell,
che ha realizzato sia i replicanti, che la più docile Rachel, ben
lontana dall’androide che porta lo stesso nome nelle pagine del
racconto, e dall’altra la caduta degli stessi replicanti, sorta
di angeli ribelli, provenienti del paradiso dell’outworld, delle
colonie extramondo, e precipitati sulla Terra per riconquistare il loro
paradiso perduto, rivolgendosi ad un dio/costruttore che si rivelerà
implacabile nel suo tentativo di mettere fine alla propria funzione di
creatore.
Davide Canavero nel suo “Blade Runner, l’opera
replicante” giustifica in questo modo il passaggio da San
Francisco a Los Angeles. La città degli angeli diviene la città
degli angeli caduti, i replicanti "discepoli" del Messia Anticristo
Roy Batty, che li trascina dalle colonie alla terra, cioè dall'Eden
alla dannazione. E mentre il cacciatore li tallona, e cerca di difendersi
dai propri demoni interiori, mentre una ad una fa a pezzi le proprie prede,
il figliol prodigo Batty (notate la minima ma significativa modifica del
nome che da Baty del romanzo diviene Batty nel film)
riesce a raggiungere il proprio costruttore, all’interno della piramide
Tyrell, in una camera/santuario che ricorda da vicino una sorta di chiesa
pagana dedicata ad un dio della biologia capace sì di costruire
la vita, ma non di superare il “proprio” creatore.
L'incontro tra il "Padre" Tyrell e il "Figliol Prodigo"
Roy Batty è perfetto, La macchina si rivolge al proprio creatore
con le frasi "it's not an easy thing to meet your Maker"
e "nothing the God of bio-mechanics wouldn't let you in heaven
for". Sta chiedendo disperatamente per sè e per i suoi
compagni di poter vivere, un comportamento impossibile per gli androidi
del romanzo, troppo limitati ed approssimativi. Ma il tempo stringe e
la candela si sta consumando troppo velocemente, perché brucia
da entrambi i lati; Tyrell confessa con un certo rincrescimento che "Death.
Well, I'm afraid that's a little out of my jurisdiction". È
una condanna a morte senza appello, non solo per il creatore, ma soprattutto
per le sue creature. Roy, dopo un bacio (ancora un riferimento religioso)
uccide il Padre, sfondando il cranio dello scienziato a mani nude.
Lo stesso Roy morirà seminudo e con la mano trafitta da un chiodo.
Si spegne lentamente pronunziando parole che in questo gioco di rimandi
lo trasfigurano in una sorta di Cristo artificiale sulla croce. Roy, il
“Messia” artificiale che ha visto cose che vanno oltre le
possibilità umane, il cui messaggio non è destinato ad essere
condiviso con gli uomini, o meglio con tutti gli uomini. Le sue parole
disperate e colme di grande dignità sembrano l’ultima giustificazione
di un angelo caduto nel tentativo di assicurarsi il paradiso. Un ultimo
messaggio che paradossalmente ha un solo ascoltatore, l’assassino
legalizzato Deckard, che ha soperto, alla fine del suo “viaggio”,
quanta più umanità ed amore per la vita si nasconda in quei
corpi artificiali (mentre osserva il corpo del replicante sul
selciatola sua voce sottolinea "Maybe in those last moments he
loved life more than he ever had before. Anybody's life. My life.").
La sua caccia è durata una sola notte, sulla terra, ma anche dentro
al suo animo. Ha conosciuto l’amore attraverso l’unica replicante
diversa, perché non più limitata dall’esistenza breve
della sua specie. Ora termina il suo viaggio nelle tenebre della sua notte,
della notte della sua anima, quando Roy concepisce l’importanza
della vita, di qualsiasi vita, anche di quella del suo carnefice che tiene
sospeso sul tetto e che potrebbe lasciar cadere in ogni momento. Una situazione
che mai e poi mai Dick avrebbe voluto per le creature artificiali del
suo romanzo.
Muore Roy liberando una colomba, quasi ad anticipare il sole che Deckard,
Rachel ed il pubblico, potranno vedere da li a poco mentre si allontanano
dalla città, alla ricerca di un futuro diverso…
Le anteprime di Denver e Dallas (5/6 Marzo 1982) furono un fiasco solenne.
Nel modulo per il sondaggio d'opinione il film fu criticato perché
difficile da seguire e comprendere; si vedeva troppa violenza, era estremamente
lento, veniva sentito come troppo “pesante”, complice la mancanza
di sentimenti nei personaggi. Per la Warner, che aveva investito quasi
30 milioni di dollari, la cosa si fece gravosa, anche se paradossalmente,
le sensazioni del pubblico erano proprio quelle che l’autore di
“Ma gli androidi…” voleva
suscitare. La produzione decise di correre ai ripari introducendo
la voce fuori campo, tipica dei film noir degli Anni Quaranta. Per il
finale “rassicurante”, Scott chiese a Stanley Kubrick il permesso
di utilizzare parte del girato per la realizzazione dei titoli di testa
di "Shining" che erano state filmate da un elicottero.
"Blade runner" incassò durante la stagione cinematografica
la cifra irrisoria di 14 milioni di dollari.
Un ultima cosa. Rick Deckard era un replicante. Per anni i sostenitori
della pellicola, forti dei tagli della versione più recente, hanno
sostenuto l’ipotesi che anche il cacciatore fosse una creatura sintetica.
Per tutta la pellicola la figura dell’unicorno perseguita i sogni
dei personaggi, artificiali e non. Ma, dal momento che i replicanti possono
solo sognare quello che è stato inserito nella loro memoria artificiale…
Insomma due visioni, due strade molto diverse. Entrambe profonde ed intriganti.
Ancora una volta il caso ci ha messo la coda: proprio mentre ricercavo
materiale per questo mio lavoro, mi è capitata sotto gli occhi
una notizia che renderà felici coloro fra di voi che vogliono assaporare
di nuovo le atmosfere ed i profumi di questo capolavoro. All’inizio
dello scorso agosto iCine.it pubblicava in Rete la notizia “Torna
Blade Runner”, affermando che la Warner Home Video ha intenzione
di lanciare una nuova edizione rimasterizzata del final cut realizzato
nel 1992 da Ridley Scott. Ora che i diritti sono scaduti e che ricorre
il 25mo anniversario della prima proiezione della pellicola, la Warner
avrebbe dato mano libera al regista per risistemare il film come aveva
sempre voluto. Il programma prevede un nuovo rilascio in sala per il 2007.
Il lungometraggio rimarrà in cartellone per soli quattro mesi,
quindi è prevista la pubblicazione di un cofanetto contenente le
tre versioni della pellicola (1982. 1992 e 2007) in DVD, con a corredo
tantissimi contenuti speciali.
A buon intenditor…
E se esiste ancora qualcuno che considera Philip K. Dick soltanto
come un cialtrone visionario e la sua opera come una insulsa opera di
letteratura popolare, beh leggetevi quanto segue:
Nessun lieto fine di questo tipo sarà possibile per la Los Angeles
del 2019. […] Soffocata dai suoi stessi rifiuti, con le discariche
traboccanti e le sue acque costiere inquinate, Los Angeles si sta preparando
a esportare le sue immondizie e gli usi pericolosi del territorio nell'Eastern
Mojave e in Baja California. […] Le conseguenze ambientali potrebbero
essere catastrofiche. I previsti 300.000 contenitori di scorie nucleari,
ad esempio, nelle non delineate trincee della discarica nucleare di Ward
Valley rimarranno letali per almeno 10.000 anni. Essi rappresenteranno
il rischio perenne di fuoriuscita di trizio radioattivo nelle vicinanze
del fiume Colorado, avvelenando così le insostituibili sorgenti
d'acqua di gran parte della California meridionale. Da parte sua, l'immensa
discarica di Eagle Mountain, lunga 5 km, larga 1 e profonda 6, non solo
contaminerà la falda acquifera, ma creerà anche una cappa
di inquinamento aereo su tutta la regione del Riverside. Al contempo,
la fuga di industrie pericolose oltre il confine, includendo alla fine
un ampio segmento della produzione petrolchimica di Los Angeles, aumenterà
la possiblità di catastrofi come quella di Bhopal. […] Oggi
un terzo degli alberi sulle montagne della California meridionale è
già stato soffocato dallo smog e alcune specie animali stanno rapidamente
estinguendosi in tutto l'inquinato deserto del Mojave. Domani, i rifiuti
cancerogeni radioattivi di Los Angeles potrebbero cancellare ogni forma
di vita fino allo Utah o a Sonora.
Mike Davis “L'ecologia della paura”.
Link Utili:
Home
Page di P.K. Dick
http://www.philipkdick.com/
Blade Runner - The Replicant Site
http://www.blade-runner.it/
Le vicissitudini di Blade Runner
http://www.intercom.publinet.it/vicissitud.htm
Blade Runner Insight
http://www.br-insight.com/
Blade Runner
http://www.intercom.publinet.it/BR.htm
The official Blade Runner magazine
http://www.devo.com/bladerunner/index.html
Nicoletta Vallorani “P.K. Dick - Il replicante e la metafora
della riproducibilità”
http://www.intercom.publinet.it/dick3.htm
Davide Canavero, “Blade Runner, l’opera replicante”
http://www.guerrestellari.net/athenaeum/offtopic_bladerunner.html
Il
volume “Blade Runner“ è pubblicato dalla Fanucci Editore
(2000)
Traduzione di Riccardo Duranti
Introduzione e cura Carlo Pagetti
Postfazione Gabriele Frasca
ISBN 88-347-1008-8
13 euro
Pace
profonda nell’onda che corre.
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