"BLADE RUNNER"
VS
"MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE?"
Ovvero “Le macchine fragili ed assassine di Philip K. Dick e Ridley Scott”
di Daniele "Nemo" Volpi



"Nell'universo esistono cose gelide e crudeli, a cui ho dato il nome di macchine […] L'androide è una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile […] L'intero universo è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e crudeli entità che ci sorridono tendendoci la mano […] Un essere umano privo di empatia è identico a un androide costruito senza di essa".
(Philip K. Dick Mutazioni, Feltrinelli 1997)

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(Risposta di Google all’occorrenza ‘Blade Runner’)

Vi avevo promesso che sarei tornato a parlare di uno degli scrittori di SF più interessanti del ventesimo secolo e dal momento che ogni promessa è un debito, ho deciso di farlo subito, anche se a modo mio. Alla fine di questo articolino troverete, come al solito, l’indirizzo per la nostra Warp Mail; vorrei  conoscere il vostro parere, se considerate significativo quello che vi scrivo oppure se vi sto annoiando...

Considerando il soggetto di questa nuova chiacchiarata sulle opere di Philip K. Dick, avrei potuto iniziare ancora una volta con il più noto epitaffio nella storia della fantascienza cinematografica, "Ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare…”, la frase con cui il replicante Roy Batty (Rutger Hauer) si congeda da questo mondo e dal cacciatore Rick Deckard (Harrison Ford), prima di abbandonarlo a combattere, da solo, con i suoi fantasmi.
Ma con questo articolo non voglio tornare a parlarvi soltanto di uno dei più famosi film di fantascienza di tutti i tempi (un vero e proprio cult movie, considerato il primo lungometraggio “cyberpunk” nella storia del cinema, che nel 2007 compirà ben 25 anni); piuttosto vorrei parlare anche di Blade Runner, mettendolo in “rotta di collisione” con l’opera che gli ha dato i natali e che, almeno nel nostro paese, non sembra godere della considerazione che merita. Mi riferisco allo splendido romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (Do Androids Dream of Electric Sheep?) scritto da Dick nel 1968. Provate ad inserire in Google il titolo del film; se avete letto attentamente le citazioni all’inizio dell’articolo vi sarete accorti che le occorrenze del termine sono quasi sei milioni e mezzo. Paradossalmente una ricerca sul titolo del libro vi restituirà molti, molti meno riferimenti alle pagine presenti in rete. Eppure senza il romanzo e le sue visionarie anticipazioni, ben difficilmente una pellicola di questa portata evocativa avrebbe visto la luce. Per questo motivo, se avete visto il film in una delle sue numerose versioni, vorrei darvi subito un consiglio: non lasciatevi distrarre da quanto avete visto in Blade Runner e preparatevi a riconsiderare quello che avete immaginato fino ad ora. Vi aspetta un viaggio in una S. Francisco molto diversa da quella che ospita la Federazione nel 24esimo secolo e, di seguito, un tour da brivido in una città degli angeli (caduti), che non assomiglia minimamente a quella che credete di conoscere.
Benvenuti nell’inferno urbano del futuro.

San Francisco, Gennaio 1992”

"[…] Ma la loro stretta è quella della morte,
e il loro sorriso è di un gelo tombale.
(Philip K. Dick Mutazioni, Feltrinelli 1997)

Nel mio precedente intervento sulla vita dell’autore ho descritto il periodo 1964-1970 come uno dei momenti più difficili nell’esistenza di Philip K. Dick: durante il 1964 divorzia dalla terza moglie, Anne Rubenstein, ed in piena crisi paranoica si trasferisce a San Francisco dove inizia a fare uso di droghe, sviluppando una dipendenza dalle anfetamine, che gli risulteranno sempre più necessarie durante la stesura dei suoi romanzi. In questo periodo cosi critico nasceranno, paradossalmente, due dei suoi capolavori, due opere basate su presupposti abbastanza simili ma sviluppati in maniera completamente differente e cioè “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, il cui nucleo centrale è l'angosciosa impossibilità di definire cosa sia realmente un’uomo e come si possa rapportare con l’entropia e la morte, e quindi “Ubik” del 1969, in cui l'autore affronta il paradosso dell'esistenza e della possibilità della vita dopo la morte.
Diversi anni più tardi sarà proprio il visionario “Ma gli androidi…” ad essere utilizzato da Ridley Scott come struttura esterna, scheletro ed ispirazione per il suo Blade Runner, anche se le differenze fra le due opere sono addirittura abissali. Il romanzo di Dick, nella sua forma originale, si è dimostrato un lavoro troppo impegnativo da trasferire su pellicola; per questo motivo è stato fatto a pezzi, masticato, metabolizzato, trasformato nell’ottica del più classico spettacolo holliwodiano. Praticamente, del racconto originale, rimane solo un pallido fantasma, ma questo non significa che il film abbia mancato il proprio obiettivo, anzi (è per questo che ho voluto presentarvi il libro per primo, così da realizzare cronologicamente un parallelo fra le due opere e comprendere cosa è stato trasformato, cosa si è smarrito nel passaggio fra la carta stampata e le immagini, e cosa si è guadagnato… E per spingervi a leggere il racconto, naturalmente!).
Ma gli androidi…” si apre su di una S. Francisco ridotta ai minimi termini, una città futura e devastata, resa crepuscolare da continue tempeste di polvere radioattiva; un conflitto nucleare nel 1992, di cui non sappiamo e non capiamo molto, ha decimato non solo la sua popolazione ma anche la maggior parte del genere umano, che si è visto costretto fuggire in massa verso le colonie extramondo di Marte ed ancora più lontano.
Sulla terra sono costretti a rimanere soltanto coloro che non possono partire, perché troppo vecchi, oppure troppo segnati dalle radiazioni, che hanno intaccato il loro corredo cromosomico e più spesso le loro facoltà mentali. Sono questi “gli speciali”, i diversi, che l’autore mette sullo stesso piano delle creature artificiali che danno il titolo al romanzo e che i “normali” disprezzano allo stesso modo; gli umili messi da una parte e considerati poco più che animali da una umanità sull’orlo dell’estinzione.
Gli animali… Il destino degli animali sulla Terra rappresenta una delle tante, geniali anticipazioni dell’autore: il 99 percento delle specie animali di tutto il pianeta si è estinto, è scomparso nel volgere di pochi mesi (quello che accade anche oggi, sebbene ad una velocità ben inferiore). Soltanto un piccolo numero di esemplari sono sopravvissuti, protetti, cercati e collezionati da una popolazione sempre più sola ed isolata; la ricerca ed il possesso di un animale rappresenta uno dei temi portanti della narrazione, che verrà sacrificato nel passaggio dal libro al film.
Soltanto l’immondizia, la “palta” (kipple in originale), come viene definita da Dick la materia, organica e non, in dissoluzione sembra sopravvivere in questo futuro e moltiplicarsi nei palazzi semidisabitati della città… Una rappresentazione dell’entropia che sta consumando il mondo e la personalità di un genere umano ridotto al lumicino.
Unica ancora di salvezza, la nuova “religione” del Mercerianismo (o Mercerismo): l’umanità descritta da Dick nel romanzo è una civiltà che cerca di sopravvivere trovando rifugio in una realtà alternativa di tipo messianico, generata attraverso dei sistemi elettronici simili a delle piccole scatole nere (“The little black box” era il titolo originale del racconto del 1968 sviluppato da Dick per realizzare “Ma gli androidi…”),  creata da Wilbur Mercer, il nuovo Cristo. Questo personaggio, attraverso l’utilizzo delle sue “scatole”, riunisce telepaticamente i resti di questa umanità sbandata, che ha tra le regole della sua religione il rispetto assoluto degli animali, visti simbolicamente come elementi fondamentali per conservare l'empatia sulla Terra. L'incapacità di comprendere questa religione, di fare propria l’empatia, impedisce agli androidi di elevarsi realmente al livello degli esseri umani e poco importa se la vita media di una di queste creature è soltanto di 4 anni; in qualsiasi caso, l’incapacità di essere uguali ai propri creatori li condanna irrimediabilmente ad essere soli e diversi.

2. Natura morta con rovine.

"Empatia": dal greco emphàtheia 'passione'.
Capacità di capire, di sentire e condividere i pensieri e le emozioni di un altro in una determinata situazione.
(Estratto dal Vocabolario Zingarelli, 1997)

Il test Voigt-Kampff, che il cacciatore di taglie Rick Deckard utilizza per scovare le proprie prede confuse tra gli umani, si basa proprio su questa sottile differenza tra uomo ed androide. Per questo motivo gli esseri artificiali di Dick sono spinti da un odio profondo per l'empatia e il Mercerianismo, un odio selvaggio personificato da Buster Friendly, l'eterno show-man androide, che dalle frequenze del suo programma televisivo, in onda 24 ore su 24, compete con Mercer per assicurarsi le attenzioni dell'umanità, per distruggere il Mercerianesimo e con questo l'unica differenza tra l'uomo e la macchina.
E poi gli androidi. Sono ben lontani dall’immagine di Roy Batty/Rutger Hauer, agonizzante sul tetto della casa di J.F.Sebastian nella scena finale del film. Non c’è nulla di romantico in questi esseri bioartificiali che, fuggiti da Marte, fanno ritorno sul nostro pianeta allo scopo di avvicinarsi ai propri creatori. Soltanto coloro che hanno letto il libro si sono resi conto, non senza sorprendersi, che non è il limite di vita a spingere gli otto androidi modello Nexus-6 verso il nostro mondo. Allora, ci si potrebbe chiedere, per quale motivo le creature artificiali spesso abbandonano le colonie per cercare di raggiungere la Terra, dove sanno di andare incontro alla morte (o, meglio, al ritiro), piuttosto che rimanere nelle zone libere dell’extramondo, dove possono vivere la loro breve esistenza, senza problemi? Il loro obiettivo primario, nella narrazione dickiana, è quello di raggiungere la Terra dove si trova quello che rimane della vera, originale razza umana. È tra gli umani che gli androidi vogliono confondersi, perché soltanto in questo modo potranno trovarsi vicini al creatore, potranno  credersi più “umani” (Androide="aner, andros"=Uomo).
Non è forse vero che uno dei grandi temi della SF è il tentativo da parte dei robot di liberarsi della propria origine artificiale di macchine per diventare umani, così come l'uomo tende ad avvicinarsi alla perfezione divina?
Gli androidi di Dick sono mediocri e malvagi come gli uomini che li hanno creati a loro immagine e per questo motivo la loro glorificazione, la redenzione finale di Roy Batty al termine del film di Scott non era nemmeno pensabile nel libro di Dick. Le macchine dell’autore sono crudeli, incapaci di provare sentimenti, prive completamente dell’istinto di conservazione che avrebbe caratterizzato i ben più ambiziosi replicanti creati da Scott, insomma dei semplici “simulacri” estremamente sofisticati, ben lontani da quella dimensione umana a cui tendevano e per questo destinati fin dall’inizio a venire ritirati.

Ma le differenze fra il romanzo ed il film non si limitano soltanto a questo: la Rosen Association rappresenta soltanto una delle multinazionali che realizzano androidi sulle colonie extramondo (che nel film diventerà la Tyrell Corporation), J.R. Isidore è l'ingenuo deficiente che ospita i fuggitivi, bisognoso in modo quasi infantile di dare e ricevere affetto, che nella pellicola si trasforma nel biotecnologo J.F.Sebastian condannato come i suoi simulacri ad una vita brevissima dalla sindrome di Matusalemme; nel libro troviamo anche gli apparecchi Penfield per la regolazione dell'umore psicologico di un’umanità sempre più dissociata e sull’orlo di una crisi di nervi planetaria, Phil Resch, il cacciatore di taglie alter ego speculare di Deckard, la moglie di Deckard, Iran e la sua amata capra nubiana… Tutti elementi fagocitati e scomparsi, come se fossero irrilevanti nella narrazione della vicenda. Nel racconto di Dick, Deckard si rivela anni luce lontano dallo stereotipo rappresentato dalla pellicola di Scott; dimentichiamoci il duro alla Marlowe, il personaggio si rivelerà una figura molto più semplice, più “grigia”, molto simile ad un padre di famiglia dei giorni nostri che si arrabatta per portare a casa qualche soldo, pagare le bollette e le rate dei prestiti. Ciò che troviamo in entrambi i lavori è il bisogno disperato di amare che lacera il personaggio principale e che Deckard, trasformato dall’autore nel simbolo di un mondo in agonia, cerca prima in sua moglie, poi in un animale non meccanico, finendo poi per credere di trovarlo in Rachel, un'androide. Il protagonista arriverà persino a provare una sorta di empatia, di affetto per gli androidi (in parte ripreso da Scott che lo trasforma nella tensione mostrata da Deckard/Harrison Ford per Zhora e Rachel).
Ma se nel film si è deciso di stabilire una liason romantica fra cacciatore e preda, come romantica è la conclusione della pellicola (almeno nella versione originale), la relazione fra i due personaggi del romanzo brilla per crudezza e fisicità, si trasforma in una sorta di duello fra il sempre più dubbioso Deckard e la fredda Rachel, che alla fine ne esce vincitrice.
Altro punto fondamentale (che non ritroveremo nel film del 1982) è la necessità, nella narrazione dickiana, di far interagire il personaggio di Deckard con la figura di Isidore; il punto di vista del cacciatore di taglie non è completo senza quello dello speciale. Il problema morale del libro, consiste appunto nel confronto fra questi diversi punti di vista, queste differenti visioni del mondo: Deckard ama gli animali, lo vediamo soffrire per la mancanza di un animale vivente e viene sconvolto dalla morte della propria capra, ma rimane indifferente all’eliminazione degli androidi. Una indifferenza che in realtà è una indifferenza nei confronti del genere umano. Deckard infatti non rimane altrettanto sconvolto dallo scoprire che il test Voigt-Kampff e tutt’altro che infallibile e che probabilmente sono stati "ritirati" per errore veri esseri umani, colpevoli soltanto di non rispondere con sufficiente empatia alle domande del test.
Se Deckard è il fulcro dello sviluppo dell'azione, della storia, Jack Isidore è il fulcro del problema morale, è il punto di equilibrio tra gli esseri umani e gli androidi, capaci di un assurdo sadismo nei confronti dello stesso Isidore.  I due protagonisti interagiscono solo alla fine della vicenda, quanto Deckard si reca nel palazzo abbandonato dove Isidore abita per eliminare gli androidi, e Isidore, con la semplicità che contraddistingue il suo stato di “speciale”, glieli consegna, punendoli per la loro crudeltà.
Nel romanzo Dick aveva “costruito” un profondo contrasto morale dentro il personaggio di Deckard, un aspetto particolarmente evidente nel rapporto tra Deckard e Phil Resch, l’altro personaggio eliminato da Blade Runner. Il confronto con il secondo cacciatore, cinico e crudele, è la molla che innesca in Deckard una serie di dubbi e di riflessioni che lo porteranno a fare l'amore con l’androide Rachel Rosen, e a chiedersi addirittura se gli androidi possano o no avere un anima.

Non c’è una luce di speranza nella narrazione del libro, non esiste possibilità di salvezza per le creature artificali, non è previsto riscatto per l’anima tormentata del cacciatore di androidi. Roy ed il resto dei fuggitivi rimangono coerenti fino all’ultimo con la propria natura di simulacri, copie, imitazioni parziali e verranno eliminati in modo sbrigativo ed anonimo da un Deckard sempre più lacerato dalla perdita delle proprie sicurezze. Il viaggio finale del poliziotto non ha nulla delle tranquille immagini che tutti noi abbiamo visto, sembra piuttosto una discesa negli inferi dei deserti radioattivi in cui è stato trasformato lo stato dell’Oregon dalla furia della guerra. Paradossalmente il cacciatore che aveva pensato di trovare l’amore in una delle sue prede, lo riscoprirà nella figura della moglie, che all’inizio della vicenda era arrivata ad allontanarlo con stizza.
Come in un viaggio al termine della notte, Rick troverà la salvezza nella propria casa, in un nuovo equilibrio, in ritrovato modus vivendi, nell’attesa che inizi un nuovo giorno di lavoro, di caccia, in questo pianeta allo stremo.

3. “Los Angeles, novembre 2019”

Blade Runner: l'alter ego distopico della stessa L.A. Prendete il Grayline tour nel 2019: la piramide neo-maya alta due chilometri della Tyrell Corporation stilla pioggia acida sulle masse bastarde nella brulicante Giza giù di sotto. Enormi immagini al neon fluttuano come nuvole sopra le strade fetide e iperviolente, mentre una voce intona canzoncine pubblicitarie per cittadini di periferia che vivono nell'"Off-World". Deckard, un Marlowe post-apocalisse, combatte per salvare la sua coscienza e la sua donna, in un labirinto urbano governato da società biotech malvagie...
Mike Davis  “L'ecologia della paura”.

Piove.
In Blade Runner, il noir perfetto per un futuro prossimo venturo, sembra piovere sempre.
La pioggia si impone come uno dei punti fermi dell’ecosistema del futuro, una pioggia infinita, eterna. Fin dalle prime battute la pellicola ci accoglie con le immagini di due forze opposte ed antitetiche, la pioggia, l’acqua e le fiamme dalle torri degli immensi complessi indistriali sparsi per la megalopoli, che si scontrano e si compenetrano, come faranno di li a poco le esistenze dei personaggi del film.
La Los Angeles del 2019 si presenta con esplosioni di fiamme che sembrano violare un cielo reso nero dalla polvere (dall’inquinamento, dalla pioggia, dalla ricaduta radioattiva, nessuno si prende la briga di spiegarcelo) mentre la macchina da presa si sposta attraverso uno skyline urbano che sembra non avere confini. Masse anonime, multietniche, abbruttite, si trascinano fra le strade di una megalopoli sotto una pioggia incessante, mentre edifici semivuoti e degradati, svuotati dalla migrazione del genere umano verso le colonie extra-mondo, torreggiano al di sopra della folla senza nome in un cielo attraversato dalle macchine antigravitazionali e dai cartelloni pubblicitari delle multinazionali.
Los Angeles è un labirinto cupo e malato che Ridley Scott, in collaborazione con Syd Mead, il designer Lawrence Paul e l'art director David Synder, ha voluto confezionare per dare corpo agli incubi urbani di Philip K. Dick. Ma eliminata l’interpretazione del regista di un Giappone urbano post industriale, visto come rappresentazione dell’inferno, ignorati gli interni trasudanti marmo in stile Art Deco, tipici del "noir" americano anni 50, al di là alle contaminazioni high-tech devastate da una radicale decadenza, quello che rimane è una riconoscibile visione del gigantismo urbano utilizzata da Fritz Lang nel suo capolavoro Metropolis (1931), dove il palazzo-piramide della Tyrell Corporation, immerso in un cielo oscuro solcato da macchine antigravità, rappresenta la naturale evoluzione della famosa città grattacielo destinata alla borghesia di Metropolis, già allora frutto dell’omaggio di Lang ai futuristi americani suoi contemporanei.
Ed in questa “culla” oscura si sviluppa una nuova stagione all’inferno per il cacciatore di replicanti Rick Deckard, che in questa veste si trascina dietro il volto disilluso e sofferente di un Harrison Ford, novello Marlowe, ben deciso ad abbandonare un mestiere che chiaramente non ama.
Quando lo vediamo per la prima volta, Deckard sta leggendo un quotidiano, la sua voce fuori campo ci spiega che sul giornale fra gli annunci economici non si trova nemmeno una inserzione dove si voglia reclutare un assassino. Perché è questa la sua professione. Ex sbirro, ex-cacciatore di taglie, ex-assassino, veniamo subito informati delle dimensioni psicologiche del personaggio, un individuo freddo, a corto di soldi, e soprattutto solo.
Le cose, però, nella Los Angeles del 2019 cambiano molto in fretta. Il suo vecchio capo, Bryant, lo rivuole in servizio: il poliziotto faceva parte di una speciale sezione della polizia metropolitana, i “blade runner”, delegati al ritiro dei cosidetti lavori in pelle, dei replicanti, perfetti simulacri umani artificiali, ritornati illegalmente sulla terra dalle colonie extramondo. Condannati ad un’esistenza di soli 4 anni, queste copie perfette degli esseri umani, più forti, più intelligenti, sembrano alla disperata ricerca di qualcuno che possa assicurare loro l’ultimo “santo graal” della mitologia robotica. Una lunghezza di vita paragonabile a quelle dei loro creatori. La nuova progenie sviluppata dalla Tyrell Corporation poi sembra promettere fin troppo bene; non soltanto i nuovi sistemi biologici sono in grado di surclassare i propri creatori, ma stanno sviluppando un sistema gerarchico che minaccia di trasformare i fuggitivi in una squadra capace di tenere testa a chiunque si frapponga fra loro ed il loro obiettivo. 
Niente nuova religione, niente comunione empatica dell’umanità, niente immondizia, niente alter ego Resch senza scrupoli. Alcune delle più lucide invenzioni partorite dalla mente dell’autore di “Ma gli androidi…” smettono semplicemente di esistere, mentre altre si guadagnano un breve accenno sul campo (l’estinzione degli animali e la loro sostituzione con simulacri meccanici, Deckard che ricorda il nomignolo che la moglie gli aveva trovato “Sushi…Pesce freddo: è così che mi chiamava la mia ex-moglie…”).
In questo futuro popolato da reietti, che non vogliono o non possono raggiungere le colonie extramondo, a scapito della martellante campagna pubblicitaria portata avanti dalle agenzie governative, da sbirri e dai ricchi capitalisti che vivono all’interno dei loro palazzi/templi/tombe, Deckard accetta di terminare quest’ultimo gruppo di replicanti, che si sono dimostrati fin da subito un boccone amaro per le forze dell’ordine, accoppando senza tanti complimenti il primo cacciatore che li aveva scoperti. E mentre il poliziotto si concentra nel suo lavoro di pulizia ecco apparire i primi dubbi, le prime insicurezze: in fondo queste creature sembrano molto più umane della maggior parte delle persone che incrociano la strada di Deckard…

4. “Con fierezza si alzarono gli angeli…”


I personaggi dei suoi romanzi sono prigionieri di un’illusione, quella di vivere in un mondo stabile e significativo. Questo mondo si trasforma invece, inesorabilmente, in un universo che cade a pezzi, dimostrandosi un’illusione di realtà generata dalla volontà di imporre un ordine all’esistenza. Già demistificante rappresentazione del mondo contemporaneo, dove niente può durare per sempre, la fantascienza di P. K. Dick diventa così una illuminante indagine sulle manifestazioni di un’esigenza esistenziale che è universalmente presente nell’uomo, ma che nella società contemporanea genera infinite contraddizioni: le stesse contraddizioni in cui i personaggi che popolano i suoi mondi immaginari rischiano di perdersi, ma che ognuno di loro cerca di superare.
Francesca Rispoli, “Universi che cadono a pezzi, la fantascienza di Philip K. Dick”

Deckard sarà costretto suo malgrado a confrontarsi con chi ha realizzato fisicamente gli esseri artificiali che deve “ritirare”, scoprendo l’esistenza della bella Rachel Tyrell, il prototipo di una nuova generazione di replicanti con cui inizierà una storia d’amore, forse il punto più debole della vicenda, mentre procederà a ritirare i replicanti in fuga.
Poco fa vi ho detto che l’idea religiosa sviluppata nel romanzo è stata eliminata. Sono stato impreciso. Meglio affermare che Scott ha deciso di “sostituire” l’idea di una religione come il Mercerianesimo, con la sua empatia planetaria ed il suo desiderio quasi cristiano di comunione e di redenzione tipico del Nuovo Testamento, con una raffigurazione di due miti biblici derivati direttamente dall’Antico (Testamento).
Da una parte la nascita dell’uomo (e della donna) replicati, vissuta come creazione artificiale, assessuata dell’uomo-dio Eldon Tyrell, che ha realizzato sia i replicanti, che la più docile Rachel, ben lontana dall’androide che porta lo stesso nome nelle pagine del racconto, e dall’altra la caduta degli stessi replicanti, sorta di angeli ribelli, provenienti del paradiso dell’outworld, delle colonie extramondo, e precipitati sulla Terra per riconquistare il loro paradiso perduto, rivolgendosi ad un dio/costruttore che si rivelerà implacabile nel suo tentativo di mettere fine alla propria funzione di creatore.
Davide Canavero nel suo “Blade Runner, l’opera replicante” giustifica in questo modo il passaggio da San Francisco a Los Angeles. La città degli angeli diviene la città degli angeli caduti, i replicanti "discepoli" del Messia Anticristo Roy Batty, che li trascina dalle colonie alla terra, cioè dall'Eden alla dannazione. E mentre il cacciatore li tallona, e cerca di difendersi dai propri demoni interiori, mentre una ad una fa a pezzi le proprie prede, il figliol prodigo Batty (notate la minima ma significativa modifica del nome che da Baty del romanzo diviene Batty nel film) riesce a raggiungere il proprio costruttore, all’interno della piramide Tyrell, in una camera/santuario che ricorda da vicino una sorta di chiesa pagana dedicata ad un dio della biologia capace sì di costruire la vita, ma non di superare il “proprio” creatore.
L'incontro tra il "Padre" Tyrell e il "Figliol Prodigo" Roy Batty è perfetto, La macchina si rivolge al proprio creatore con le frasi "it's not an easy thing to meet your Maker" e "nothing the God of bio-mechanics wouldn't let you in heaven for". Sta chiedendo disperatamente per sè e per i suoi compagni di poter vivere, un comportamento impossibile per gli androidi del romanzo, troppo limitati ed approssimativi. Ma il tempo stringe e la candela si sta consumando troppo velocemente, perché brucia da entrambi i lati; Tyrell confessa con un certo rincrescimento che "Death. Well, I'm afraid that's a little out of my jurisdiction". È una condanna a morte senza appello, non solo per il creatore, ma soprattutto per le sue creature. Roy, dopo un bacio (ancora un riferimento religioso) uccide il Padre, sfondando il cranio dello scienziato a mani nude.
Lo stesso Roy morirà seminudo e con la mano trafitta da un chiodo. Si spegne lentamente pronunziando parole che in questo gioco di rimandi lo trasfigurano in una sorta di Cristo artificiale sulla croce. Roy, il “Messia” artificiale che ha visto cose che vanno oltre le possibilità umane, il cui messaggio non è destinato ad essere condiviso con gli uomini, o meglio con tutti gli uomini. Le sue parole disperate e colme di grande dignità sembrano l’ultima giustificazione di un angelo caduto nel tentativo di assicurarsi il paradiso. Un ultimo messaggio che paradossalmente ha un solo ascoltatore, l’assassino legalizzato Deckard, che ha soperto, alla fine del suo “viaggio”, quanta più umanità ed amore per la vita si nasconda in quei corpi artificiali (mentre osserva il corpo del replicante sul selciatola sua voce sottolinea "Maybe in those last moments he loved life more than he ever had before. Anybody's life. My life.").
La sua caccia è durata una sola notte, sulla terra, ma anche dentro al suo animo. Ha conosciuto l’amore attraverso l’unica replicante diversa, perché non più limitata dall’esistenza breve della sua specie. Ora termina il suo viaggio nelle tenebre della sua notte, della notte della sua anima, quando Roy concepisce l’importanza della vita, di qualsiasi vita, anche di quella del suo carnefice che tiene sospeso sul tetto e che potrebbe lasciar cadere in ogni momento. Una situazione che mai e poi mai Dick avrebbe voluto per le creature artificiali del suo romanzo.
Muore Roy liberando una colomba, quasi ad anticipare il sole che Deckard,  Rachel ed il pubblico, potranno vedere da li a poco mentre si allontanano dalla città, alla ricerca di un futuro diverso…

Le anteprime di Denver e Dallas (5/6 Marzo 1982) furono un fiasco solenne. Nel modulo per il sondaggio d'opinione il film fu criticato perché difficile da seguire e comprendere; si vedeva troppa violenza, era estremamente lento, veniva sentito come troppo “pesante”, complice la mancanza di sentimenti nei personaggi. Per la Warner, che aveva investito quasi 30 milioni di dollari, la cosa si fece gravosa, anche se paradossalmente, le sensazioni del pubblico erano proprio quelle che l’autore di Ma gli androidi…” voleva suscitare. La produzione decise di correre ai  ripari introducendo la voce fuori campo, tipica dei film noir degli Anni Quaranta. Per il finale “rassicurante”, Scott chiese a Stanley Kubrick il permesso di utilizzare parte del girato per la realizzazione dei titoli di testa di "Shining" che erano state filmate da un elicottero.
"Blade runner" incassò durante la stagione cinematografica la cifra irrisoria di 14 milioni di dollari.
Un ultima cosa. Rick Deckard era un replicante. Per anni i sostenitori della pellicola, forti dei tagli della versione più recente, hanno sostenuto l’ipotesi che anche il cacciatore fosse una creatura sintetica. Per tutta la pellicola la figura dell’unicorno perseguita i sogni dei personaggi, artificiali e non. Ma, dal momento che i replicanti possono solo sognare quello che è stato inserito nella loro memoria artificiale…
Insomma due visioni, due strade molto diverse. Entrambe profonde ed intriganti.
Ancora una volta il caso ci ha messo la coda: proprio mentre ricercavo materiale per questo mio lavoro, mi è capitata sotto gli occhi una notizia che renderà felici coloro fra di voi che vogliono assaporare di nuovo le atmosfere ed i profumi di questo capolavoro. All’inizio dello scorso agosto iCine.it pubblicava in Rete la notizia “Torna Blade Runner”, affermando che la Warner Home Video ha intenzione di lanciare una nuova edizione rimasterizzata del final cut realizzato nel 1992 da Ridley Scott. Ora che i diritti sono scaduti e che ricorre il 25mo anniversario della prima proiezione della pellicola, la Warner avrebbe dato mano libera al regista per risistemare il film come aveva sempre voluto. Il programma prevede un nuovo rilascio in sala per il 2007.
Il lungometraggio rimarrà in cartellone per soli quattro mesi, quindi è prevista la pubblicazione di un cofanetto contenente le tre versioni della pellicola (1982. 1992 e 2007) in DVD, con a corredo tantissimi contenuti speciali.
A buon intenditor…

E se esiste ancora qualcuno che considera Philip K. Dick soltanto come un cialtrone visionario e la sua opera come una insulsa opera di letteratura popolare, beh leggetevi quanto segue:
Nessun lieto fine di questo tipo sarà possibile per la Los Angeles del 2019. […] Soffocata dai suoi stessi rifiuti, con le discariche traboccanti e le sue acque costiere inquinate, Los Angeles si sta preparando a esportare le sue immondizie e gli usi pericolosi del territorio nell'Eastern Mojave e in Baja California. […] Le conseguenze ambientali potrebbero essere catastrofiche. I previsti 300.000 contenitori di scorie nucleari, ad esempio, nelle non delineate trincee della discarica nucleare di Ward Valley rimarranno letali per almeno 10.000 anni. Essi rappresenteranno il rischio perenne di fuoriuscita di trizio radioattivo nelle vicinanze del fiume Colorado, avvelenando così le insostituibili sorgenti d'acqua di gran parte della California meridionale. Da parte sua, l'immensa discarica di Eagle Mountain, lunga 5 km, larga 1 e profonda 6, non solo contaminerà la falda acquifera, ma creerà anche una cappa di inquinamento aereo su tutta la regione del Riverside. Al contempo, la fuga di industrie pericolose oltre il confine, includendo alla fine un ampio segmento della produzione petrolchimica di Los Angeles, aumenterà la possiblità di catastrofi come quella di Bhopal. […] Oggi un terzo degli alberi sulle montagne della California meridionale è già stato soffocato dallo smog e alcune specie animali stanno rapidamente estinguendosi in tutto l'inquinato deserto del Mojave. Domani, i rifiuti cancerogeni radioattivi di Los Angeles potrebbero cancellare ogni forma di vita fino allo Utah o a Sonora.

Mike Davis  “L'ecologia della paura”.

Link Utili:

Home Page di P.K. Dick
http://www.philipkdick.com/
Blade Runner - The Replicant Site
http://www.blade-runner.it/
Le vicissitudini di Blade Runner
http://www.intercom.publinet.it/vicissitud.htm
Blade Runner Insight
http://www.br-insight.com/
Blade Runner
http://www.intercom.publinet.it/BR.htm
The official Blade Runner magazine
http://www.devo.com/bladerunner/index.html
Nicoletta Vallorani “P.K. Dick - Il replicante e la metafora della riproducibilità
http://www.intercom.publinet.it/dick3.htm
Davide Canavero, “Blade Runner, l’opera replicante
http://www.guerrestellari.net/athenaeum/offtopic_bladerunner.html

Il volume “Blade Runner“ è pubblicato dalla Fanucci Editore (2000)
Traduzione di Riccardo Duranti
Introduzione e cura Carlo Pagetti
Postfazione Gabriele Frasca
ISBN 88-347-1008-8
13 euro

Pace profonda nell’onda che corre.

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