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PHILIP
KINDRED DICK
ovvero "MESSAGGI DAL MORATORIUM"
di Daniele
"Nemo" Volpi
"Ho
visto cose che voi umani non potete neppure immaginare.
Navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione.
I raggi beta balenare nel buio alle porte di Tannhauser...
Tutti questi momenti andranno perduti come lacrime nella pioggia…
È tempo di morire"
Rutger Hauer & Ridley Scott, "Blade Runner" (1982).
Il
troppo caldo di questi giorni ha cominciato a darmi alla testa (mi scuserete
lo ‘spostamento temporale’ ma ho iniziato questo articolo
nel mese di Luglio…).
Aver letto "tutti" i precedenti numeri dello STIM, uno dopo
l'altro, per rifarmi del tempo perduto, è stato decisamente un
azzardo...
Però ho scoperto che, nei molti articoli che vi hanno accompagnato
in tutti questi anni, è sempre mancato qualcosa; come se un nume
tutelare della SF avesse direttamente o indirettamente ispirato molti
degli interventi della redazione, senza che i ragazzi dello STIM si rendessero
conto di quanto questa figura gigantesca della fantascienza fosse importante
per comprendere lo sviluppo di questo genere letterario. Ed in questo
caso anche di tutta la letteratura in generale.
Ho
trovato tracce di P.K. Dick in più di uno scritto, in più
di una storia; nulla di abbastanza organico, di esteso, di coraggioso.
Ma qualcosa di questo scrittore spunta fuori sempre.
In un libro, nella sceneggiatura di un film, nell’ispirazione per
la puntata di un serial.
Perché, allora, non dedicare un articolo alla vita di questo “enorme”
personaggio? O, se la cosa vi interessa, una serie di articoli,
che analizzino il suo modo di vedere il mondo e le sue opere.
Vedremo…
Provate ad inserire "Philip K. Dick" in un qualsiasi
motore di ricerca. Le ‘occorrenze’ per questo scrittore, cioè
le pagine collegate in qualche modo allo stesso Dick o ad almeno una delle
sue opere (per non parlare della sterminata produzione critica ai suoi
scritti) sono un numero terrificante.
Scrivere qualcosa su P.K. Dick significa decidere liberamente di cavalcare
una tigre inferocita, pronta a divorare tutta la nostra attenzione, a
consumare la nostra sanità mentale.
Leggere le sue opere richiede uno sforzo particolare, una fatica
della mente e del cuore, che viene immediatamente ricompensata dalla meraviglia
che ci riempie, dal viaggio in cui si viene trascinati, viaggio nella
mente paranoica e dissociata di uno dei più grandi scrittori del
ventesimo secolo...
Un viaggio attraverso universi che si frantumano e si ricompongono nell’immaginazione
del loro creatore, un indagatore per eccellenza di quel reale che ancora
non è presente e che noi chiamiamo “futuro”.
1.
“Io sono Vivo. Voi siete Morti” Ubik, 1969.
In
una sua opera del 1969, Ubik, Dick ci racconta
di un luogo, il Moratorium, dove i cadaveri, non ancora completamente
trapassati, vengono mantenuti in una sorta di stasi, uno stato di non-morte;
le salme sono ancora in grado, soltanto per un modesto periodo di tempo,
di comunicare con i viventi, parlare con gli amici e, nella narrazione,
una di loro può addirittura dirigere una multinazionale…
Un ottimo libro con cui ho trascorso alcuni giorni di calura estiva e
che non posso non consigliarvi. Stranamente il destino
dello scrittore verrà ampiamente anticipato proprio dall’invenzione
del Moratorium. Philip Kindred Dick è stato considerato, durante
tutta la sua vita, come un modesto scrittore di romanzi e racconti fantastici,
un uomo afflitto continuamente dalle difficoltà economiche e sfinito
dai problemi di salute, scomparso improvvisamente nel 1982 dopo aver condotto
un’esistenza stentata, caratterizzata da una produzione letteraria
fuori controllo, necessaria per pagare i conti e gli alimenti a ben quattro
ex-mogli. A chi gli chiedeva che lavoro facesse, l’autore rispondeva
con un borbottio e si trincerava dietro un silenzio imbarazzato…
Quasi
ignorato nel suo paese, a lungo additato come uno scrittorucolo dalle
idee sinistroidi, già negli anni '70 aveva conquistato in europa
(in Francia ed in Italia particolarmente) lo status
di scrittore di culto per gli appassionati di SF. Dick
viene oggi salutato, a più di vent’anni dalla sua morte,
come uno degli autori fondamentali per l'evoluzione della fantascienza:
una figura tanto imponente da aver spinto una scrittrice del calibro di
Ursula Le Guin ad affermare: "Nessuno si accorge
che abbiamo qui in America un nostro Borges, e lo abbiamo da trent'anni."
Ora che è scomparso, l’importanza della sua produzione letteraria
è sotto gli occhi di tutti, gli intellettuali di mezzo mondo si
affannano ad analizzare i molteplici significati del suo lavoro ed i produttori
di Hollywood non perdono occasione di trasformare i suoi scritti in blockbuster
milionari (spesso snaturando completamente il lavoro fatto dallo scrittore,
ma questa è un’altra storia).
Da qualche tempo, anche nel nostro paese, si susseguono nuove pubblicazioni
delle sue opere, con traduzioni sempre più accurate e non passa
anno senza vedere nuove ed approfondite analisi critiche al suo lavoro.
Ci troviamo, in definitiva, a parlare di lui (e con lui) come se fosse
ospite di un Moratorium, come se fosse ancora in grado di spiegare la
realtà, l’universo e tutto quanto, secondo il suo particolarissimo
modo di osservare il mondo!
Ma chi ha visto "Blade Runner" e pensa di sapere chi
sia Dick, non sa che errore madornale sta commettendo. Proviamo allora
a mettere un poco d’ordine.
Anche se sono la persona meno indicata per accompagnarvi in un viaggio
di questo tipo, mi auguro vogliate leggere le sciocchezze che ho buttato
giù, un poco per scherzo, un poco per incoscienza, con la segreta
speranza di spingervi a cercare e leggere almeno una delle opere di questo
autore.
2.
La realtà? Solo un altro punto di vista...
Philip
Kindred Dick nasce il 16 dicembre 1928 a Chicago ma trascorrerà
in California, a Los Angeles e nella zona della Baia, la maggior parte
della sua vita: un'esistenza paranoica, ansiosa e disordinata, eppure
coerente con la sua produzione letteraria.
Potreste pensare che i problemi dell’autore siano iniziati con la
sua decisione di diventare uno scrittore di fantascienza; vi dico subito
che sareste in errore.
La vita di P.K. Dick si dimostrò in salita già al momento
della nascita: gemello di una bambina, che sarebbe stata chiamata Jane
Kindred, perse la sorella dopo poche settimane a causa della mancanza
di cure dovuta all’estrema indigenza della famiglia.
La morte di Jane segnò profondamente ed indissolubilmente l’esistenza
e la personalità dello scrittore: i simulacri, i doppi che si trovano
ovunque nei suoi lavori, altro non rappresentano se non l’estremo,
disperato tentativo di esorcizzare la morte che Dick aveva conosciuto
tanto bene fin dalla nascita. Ma i simulacri sono allo stesso tempo la
prova tangibile della falsità della realtà, una
realtà che Dick andava sentendo sempre di più come un peso.
A quattro anni i suoi genitori decisero di divorziare ed il giovane autore
si trovò costretto a seguire la madre in California. Va sottolineato
che il rapporto del giovane con la madre fu sempre conflittuale e, probabilmente,
questo fatto spiega come mai lo scrittore non sarà mai
in grado di costruire un rapporto stabile con una donna, sebbene sia arrivato
a sposarsi per ben quattro volte.
La particolare difficoltà presentata da Dick nei suoi rapporti
con le donne è tutt’altro che casuale: costretto a crescere
accanto ad una donna possessiva e nevrotica, Dick aveva ben presto mostrato
una personalità particolarmente diffidente nei confronti del sesso
femminile, il tutto non certo agevolato dai continui problemi di salute
che lo affliggeranno per tutta la vita (asma, tachicardia e agorafobia).
Del suo problema con il sesso debole avrebbe detto: “[le donne sono]
delle arpie incapaci di comprendere o condividere la dura battaglia
esistenziale che vede impegnati gli Uomini, e non di rado posseggono una
durezza, un'insensibilità che di femminile ha assai poco”.
Al termine degli studi superiori incontrò e sposò Jeanet
Marlin. Fu una unione di breve durata, l’autore visse con
Jeanet poco più di 6 mesi, quindi divorziarono e non si videro
mai più.
L'incontro con la SF avvenne casualmente nel 1940, all’età
di dodici anni: un giorno lo scrittore acquistò per sbaglio una
copia di "Stirring Science Fiction" al posto di "Popular
Science", una notissima rivista di divulgazione scientifica;
Stirring Sience Fiction era una rivista di fantascienza, e invece di rimanerne
infastidito, Dick ne fu totalmente affascinato. Decise immediatamente
che o sarebbe diventato uno scrittore di SF o non sarebbe stato nient’altro
e da allora nacque in lui una vera mania per questo genere letterario
che non l'avrebbe più abbandonato per tutta la vita.
Mentre frequentava presso l’università di Berkeley corsi
di tedesco e di filosofia conobbe Kleo Apistolides che
divenne la sua seconda moglie nel 1950. Le sue frequentazioni universitarie
hanno vita breve: lo scrittore è costretto ad interrompere gli
studi a causa della sua militanza nella Nuova Sinistra americana e per
la sua decisa presa di posizione contro l'intervento americano in Corea.
Insomma già nella prima parte della sua vita l'autore mostrava
una profonda insofferenza per la politica della Destra, e diverse volte
sarebbe entrato in contrasto con gli esponenti del «Maccartismo».
Nel 1952 scelse Scott Meredith come agente letterario
e quasi subito vendette il suo primo racconto, “The Little Movement”
un racconto sui robot, il primo di una lunga serie di opere dedicate alle
creature artificiali, dove l’autore iniziò a definire i punti
fermi di quella che possiamo chiamare la sua “filosofia”,
ponendosi per la prima volta le domande che avrebbero dato una impronta
personalissima ai suoi lavori per tutti gli anni a seguire: “Cos'è
un uomo?”, “In cosa differisce un uomo da un robot?“,
“Qual è il posto dell'uomo nell'universo?”
e, considerazione basilare per il pensiero Dickiano, “Cos'è
che fa di un uomo ‘un uomo’?”. A
questo punto l’autore, dopo aver lavorato come commesso nel reparto
di musica classica di un negozio di dischi ed essere stato dj, sempre
per la musica classica, in una stazione radiofonica di San Matteo, si
rese conto di voler dedicare tutta la sua vita alla letteratura; incoraggiato
dalla vendita del primo racconto decise di abbandonare il lavoro e di
dedicarsi completamente alla scrittura.
Tra il 1952 e il 1955 scrisse oltre 70 racconti, soprattutto mainstream,
argomento che in quel particolare periodo della sua vita lo interessava
maggiormente; durante gli anni Cinquanta scrisse anche undici romanzi
non di genere fantascientifico ma, con sua grande delusione, tutte le
sue opere ricevettero un secco rifiuto. Solo molto più tardi riusci
a far pubblicare “Confessions Of a Crap Artist” (in
italiano “Confessioni di un artista di merda”), senza
però ottenere un grande successo.
Sorprendentemente, oggi il valore artistico dell’opera è
fondamentale ed il volume viene considerato unanimamente dalla critica
come “il” libro chiave per comprendere l’esistenza di
P.K. Dick. D’altra parte la notorietà arrivò
all’autore attraverso le sue opere dedicate alla fantascienza.
Profondamente influenzato dalla seconda guerra mondiale e dalla
guerra fredda, l’autore nutriva una forte avversione nei confronti
di ogni tipo di conflitto, della violenza e dell'autorità in generale.
Argomenti questi che ritornano spesso nelle sue opere più conosciute.
Inoltre, la sua natura profondamente pessimista incise in maniera chiara
e riconoscibile nel suo stile: asciutte e crude quanto cupe, le sue storie
sono tutte dedicate ad anticipare i pericoli che il futuro ci prepara,
in netta contrapposizione con gli scrittori di SF suoi contemporanei,
tutti (o quasi) impegnati a rappresentarne le possibilità. L’autore,
ad esempio, non poteva assolutamente sopportare scrittori come Bradbury
(e come A.E. van Vogt), che secondo il suo giudizio non
erano né carne né pesce, forse perché leggendoli
non riusciva a liberarsi dall’idea, che fossero incapaci di schierarsi
socialmente e politicamente. In questo modo Dick riuscì ben presto
a conquistarsi, agli occhi dell’America benpensante, la fama di
comunista.
Possiamo affermare che, come scrittore di SF, Dick sia sempre rimasto
fedele ai temi classici della fantascienza (viaggi nel tempo, universi
paralleli, incontri con civiltà aliene), rielaborandoli però
in modo del tutto personale, attraverso un percorso la cui coerenza e
profondità hanno pochi eguali. Tutti i suoi romanzi più
importanti si sviluppano intorno al tema dell’illusione della
realtà, in cui emerge la fragilità dell’uomo
contemporaneo e le sue angosce, un tema che permette agli scritti di P.K.
Dick di essere incredibilmente attuali. Nelle sue ipotesi di un futuro
possibile, nei suoi scenari post-atomici, troviamo ben delineati i temi
cari all’autore: l’uso/abuso della violenza da parte del potere,
l'alienazione che nasce dalla tecnologia, il rapporto fra esseri umani
e creature artificiali.
Il 1954 rappresenta un’anno fra i più prolifici ed importanti
nella carriera di Dick. L’autore scrive ventinove racconti e il
primo romanzo, “Il disco di fiamma” (“Solar
Lottery”), anche se il primo vero romanzo di P.K. Dick
venne realizzato prima del 1954; l’opera si doveva chiamare “Return
to Lilliput” ma sembra che il manoscritto si andato perduto.
Ancora nel 1954 Dick e la moglie fecero amicizia con Karen e Poul
Anderson, e in piena caccia alle streghe dell'era maccartista
l'FBI lo contattò per un impiego da informatore nel Messico.
Da questo momento in poi, Dick cominciò
a sentirsi perseguitato e controllato dall’FBI, una manifestazione
della sua paranoia che non lo avrebbe più abbandonato. D’altra
parte sembra che alcuni agenti della stessa FBI abbiano frequentato così
tanto lo scrittore da diventare suoi ottimi amici.
Nel
1955 l’uscita di Solar Lottery e di altri dodici racconti consentirono
all’autore una modesta stabilità economica ed una certa celebrità
nel mondo della fantascienza. Nel 1956 pubblica “Il mondo che
Jones creò” (The World Jones Made), la descrizione
di un governo totalitario reso possibile delle capacità precognitive
del protagonista (il Jones del titolo), che gli consentono di vedere gli
avvenimenti futuri nella quasi loro totalità, mentre l’anno
successivo pubblica uno dei suoi lavori più belli “L’occhio
nel cielo” (Eye in the Sky), l’opera che introduce
uno degli elementi basilari della sua narrativa: il rapporto con la realtà
soggettiva e lo scardinamento di quello che appare il mondo dell'oggettività.
Nel
1959 realizza “Tempo fuori di sesto” anche conosciuto
come “L’uomo dei giochi a premio” (Time
Out of Joint), un altro formidabile romanzo su quella mistificazione
che l’uomo definisce il mondo reale. In un sistema solare
devastato dal conflitto fra la terra ed i coloni stabilitisi sulla luna,
un uomo viene lasciato regredire al periodo della sua infanzia, negli
anni 50, dove può vivere in apparente pace e tranquillità;
in questo modo l’esercito spera possa superare i suoi problemi mentali,
dal momento che la sua capacità di risolvere un particolare problema
matematico, celato in un gioco a quiz, serve ai militari per evitare che
i razzi dei coloni raggiungano il nostro pianeta.
3.
Colui che scrutava nel buio...
Nel
1958 si trasferisce a Pt. Reyes Station dove conosce Anne Rubenstein
che sposerà l'anno successivo, dopo il divorzio da Kleo. Dopo tante
tribolazioni sembra che la vita famigliare cambi in positivo, con la nascita
della quarta figlia, Laura. Ma gli anni '60 si riveleranno per Dick l’ennesimo
periodo burrascoso: il suo stile diventa più intimo, mentre si
fa sempre più pressante la domanda che aveva attraversato tutte
le opere dello scrittore in questi anni: “Cos'è che fa di
un uomo ‘un uomo’?”.Nel 1962 pubblica “The
Man in the High Castle” (conosciuto in italiano come “La
svastica sul sole” e/o “L’uomo nell’alto
castello”): un vero capolavoro che gli valse nel 1963 il premio
Hugo.
Nel
racconto Dick descrive una realtà alternativa, in cui le forze
dell'Asse hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale e dove Tedeschi e Giapponesi
si sono spartiti il continente americano. Considerato dai critici di ogni
tempo come uno degli esempi più significativi di Ucronia,
il romanzo condensa nello stesso tempo molti dei temi che l'autore
arriverà a sviluppare soltanto nelle opere successive: l’influenza
nella vita umana del caso e della probabilità, le nostre esperienze
viste come un prodotto della mente, l'esistenza di forze occulte e malvage
che controllano e determinano le vicende e il destino dell'Uomo, l’incapacità
del singolo di comprendere la differenza fra sogno e storia, tra l’illusione
e la realtà. Le condizioni economiche di P. K.
Dick non migliorano molto ma ora viene considerato un autore di SF di
tutto rispetto. Negli anni '60 ariva a scrivere diciotto romanzi e venti
racconti; Dick è diventato consapevolmente uno schiavo della scrittura
che si impone un ritmo di lavoro massacrante, oltre sessanta pagine
al giorno…
Intanto
il lavoro lo allontana dalla famiglia e nel 1964 lo costringe ad un altro
divorzio: divenuto paranoico nei confronti della moglie, aveva iniziato
a maturare la convizione che la donna avesse ucciso il precedente marito
e stesse per fare lo stesso con lui. Minato nello spirito e nel fisico
si trasferisce a San Francisco ed inizia a cercare scampo nelle droghe,
soprattutto anfetamine che lo stimolano durante la stesura dei
suoi libri.
Tra il 1963 e il 1966 Dick realizzerà infatti ben 10 romanzi, tra
i quali alcune delle sue opere migliori: “Noi marziani”
(Martian Time-Slip), “La penultima verità”
(The Penultimate Truth), “I simulacri” (The
Simulacra), L’imperdibile “Le tre stimmate di Palmer
Eldritch” (The Three Stigmata of Palmer Eldritch),
“ Cronache
del dopobomba” (Dr. Bloodmoney, or How we Got Along After
the Bomb, quest'ultimo certamente ispirato dal successo del film
di Stanley Kubrick “Il dottor Stranamore”).
Presto caduto in una profonda depressione Dick sposa nel 1966
Nancy Hackett, una donna schizofrenica che abbandonerà
quattro anni dopo, afflitto nell’animo da una profonda ferita, che
aprirà il baratro più oscuro, intimo, mistico, della sua
esistenza. Nel 1968 e nel 1969 produce altri due importanti capolavori:
“ Ma
gli Androidi Sognano le Pecore Elettriche?”
(Do Androids Dream of Electric Sheep?), in cui il cui nucleo
principale della storia è l'angosciosa impossibilità di
definire cosa rappresenti la vera umanità, e da cui Ridley
Scott trarrà, nel 1982, il film cult Blade
Runner, ed Ubik, in cui Dick affronta i paradossi
dell'esistenza e della vita dopo la morte. Nel 1974, l’autore ricaverà
dal suo libro una sceneggiatura, commissionatagli dal regista francese
Jean-Pierre Gorin, per un film che purtroppo non sarà
mai realizzato.
4.
Un ascensore per l’inferno.
E
se oggi parliamo spesso di giochi di simulazione e realtà virtuale,
Dick aveva fatto di questi temi l’asse portante di uno dei suoi
lavori più cupi e controversi, quel “Labirinto di morte”
(A maze of death) che avrebbe pubblicato nel 1970, ispirato da
una personale un'esperienza con l'LSD.
Per altro gli anni Settanta sono per Dick un periodo sterile carico di
paranoia e dominato dalla dipendenza dagli stupefacenti. Un viaggio in
Canada porta lo scrittore a conoscere Tessa Busby che
nel 1973 sposerà e da cui avrà un figlio, Christopher.
Ma
tutto è inutile, la storia si ripete ancora una volta e Dick divorzierà
da Tessa nel 1976. Dick non riesce a scrivere nulla fino al 1972, con
la paranoia a fare da elemento centrale della sua esistenza. In quegli
anni arriva anche ad interrompere anche il rapporto d'amicizia che lo
legava a K.W. Jeter, un altro scrittore di fantascienza più
volte considerato come il suo erede naturale, credendolo un agente governativo,
inviato in incognito a controllarlo (curiosamente questa sembra in embrione
la trama di quella che diventerà uno dei suoi ultimi libri). L'arrivo
di un'altra donna, Kathy DeMuelle, arresta la discesa
all’inferno dello scrittore, anche se non rappresenta per Dick l’inizio
di una la risalita morale e personale.
Nel 1974 l’autore scrive “Scorrete lacrime, disse il poliziotto”
conosciuto anche come “Episodio Temporale” (Flow
my Tears, the Policeman Said), a cui seguono, nel 1976 Deus Irae,
un tentativo non completamente riuscito di costruire una storia fantateologica,
realizzato in collaborazione con Roger Zelazny e nel
1977 “Un oscuro scrutare” (A Scanner Darkly),
una importante presa di posizione dello scrittore contro l’uso degli
allucinogeni. Dick, infatti, dopo il ricovero in una comunità di
recupero, era infatti riuscito a liberarsi dall'ossessione della droga,
si stava dedicando attivamente a combatterne la diffusione, in modo
particolare fra i giovani.
Stranamente
non è questa l’unica opera che l’autore aveva scritto
a 4 mani; nel 1967 aveva realizzato, con la collaborazione di Ray
Nelson il delizioso “L'Ora dei Grandi Vermi”(
The Ganymede Takeover), un romanzo breve decisamente da rivalutare.
Il 2 Marzo 1974 la vita di P. K. Dick cambia profondamente. Come
attraversato da una rinnovata febbre creativa, l’autore ricomincia
a scrivere con ritmo incessante, spinto da una nuova ispirazione che lo
porta a realizzare tre romanzi molto diversi da quanto avesse mai scritto
nel passato.
Ha perso completamente ogni interesse per i racconti (l'ultimo, “Frozen
Journey” viene pubblicato nel 1980 su Playboy). E da ex ateo
convinto, l'autore dichiara di avere provato un'esperienza che destinata
a segnare tutta la sua successiva produzione narrativa: tra il febbraio
ed il marzo di quell'anno Dick si sente infatti invaso da una serie di
sogni, visioni e voci. Gli
sforzi artistici dell’autore nell’ultima parte della sua vita
sono destinati alla realizzazione di un sogno ambizioso, una trilogia
di romanzi dalle chiare misticheggianti, la cosiddetta “trilogia
di Valis” che comprende i romanzi, “Valis”,
“Divina invasione” (The Divine Invasion)
e “La trasmigrazione di Timoty Archer” (The Trasmigration
of Timothy Archer). La trilogia di Valis, l’ultima
opera portata a termine da Dick, assieme alle ottomila pagine della sue
“Esegesi”, sono sicuramente i più enigmatici
ed oscuri dei suoi lavori.
Inizia
a scrivere “The Owl in Daylight”, ma il romanzo rimarrà
incompiuto; infatti, a poche settimane dall’uscita del film “Blade
Runner”, Dick muore per un attacco di cuore il 2 marzo 1982,
all'età di 53 anni, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua
vita come uno sbandato, girovagando da una città all'altra. Quasi
a chiudere un cerchio, l’autore verrà sepolto accanto a quella
sorella a cui si era sentito comunque profondamente legato...
5. Sipario.
Dopo
la scomparsa dello scrittore le opere ed il pensiero di P.K. Dick hanno
conosciuto un’attenzione ed una rivalutazione che ha del sorprendente;
ben pochi sono gli autori che possono fregiarsi di una tale attenzione
da parte del pubblico e della critica, capace di resistere al passare
del tempo e paradossalmente di aumentare attraverso l’interesse
delle nuove generazioni di lettori.
Dick è diventato un simbolo per lettori giovani e meno giovani,
affascinati dalle diverse chiavi di lettura di un corpus di opere che
si prestano sia ad un consumo immediato che ad una più seria riflessione;
diversi suoi lavori sono diventati veri e propri classici anche al di
fuori dell’ambito della pura narrativa d’anticipazione.
La cultura della droga, la scoperta di vivere in realtà apparenti
e soggettive, l’incapacità di definire il divino ed il reale,
di comprendere le diversità fra l’umano ed il simulacro artificiale,
il controllo occulto del potere sul singolo, queste le tematiche più
apprezzate dai lettori nella sua geniale e sregolata produzione letteraria,
costantemente attraversata da un alone di pessimismo che l'autore si portò
appresso per tutta la la sua esistenza.
Se
vogliamo continuare il discorso su Philip Kindred Dick fatemelo sapere.

“La
realtà è quella cosa che quando smetti di crederci non svanisce”
Philip Kindred Dick Pace
profonda nell’onda che corre.
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