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SANGUE
DI CAPITANO
William Shatner
con Judith & Garfield Reeves-Stevens
di Riccardo
"Summer" Palazzani
Un
anno e più fa scrissi la recensione de I Rischi del Comando (http://stim2.altervista.org/Stim_72/72/html/libri.htm),
primo libro della terza trilogia dei romanzi di Shatner esprimendo un
giudizio più che positivo seppur non esente da qualche critica.
Sembrava che Shatner & Co. avessero intrapreso un nuovo corso, con
storie cucite su misura per il Capitano Kirk dando più spazio all’introspezione
interiore a discapito dell’azione pura e soprattutto la rinuncia
a voler necessariamente coinvolgere gli equipaggi delle varie serie di
Star Trek, ad eccezione dell’immancabile Picard a fargli da spalla.
Nel secondo romanzo, Sangue di Capitano, Shatner e gli
Reeves-Stevens fanno invece un tragico passo indietro tornando allo stile
descrittivo della trilogia precedente.
L’aggancio con il romanzo precedente è minimo, quasi pretestuoso,
e fa capo intorno alla figura di Norinda, un’aliena il cui rocambolesco
incontro era stato descritto in I Rischi del Comando.
Ma si tratta di poco più di un pretesto, un’apparizione fugace
che non lascia rimpianti.
Il romanzo era iniziato molto bene con un buon mistero da risolvere. Spock
è stato ucciso su Romulus, pianeta capitale dell’Impero
Romulano che ancora deve riprendersi dai recenti accadimenti descritti
nel film Nemesi. Il governo è malfermo, i militari premono, regna
una certa confusione a livello politico. Shinzon ha spazzato via il vecchio
Senato e quello nuovo è fragile. Sullo sfondo la Tal Shiar, apparentemente
disciolta, tira le fila del malcontento popolare.
Spock era su Romulus per portare avanti il suo progetto di unificazione
fra il popolo vulcaniano e quello romulano, loro diretti discendenti,
separati in un lontano passato.
Una partenza col botto ma che ben presto si sgonfia.
Shatner & Co collocano Kirk esattamente nel punto in cui terminava
I Protettori, terzo libro della seconda trilogia, come se I Rischi del
Comando non fosse mai esistito e si fosse trattato di un espediente per
introdurre il personaggio di Norinda.
Quindi eccoci con Kirk, suo figlio Joseph, mezzo umano, un quarto romulano
ed un quarto klingon e tutti, ma proprio tutti, i possibili personaggi
trek immaginabili e ripescabili da ognuna delle quattro serie. Per fortuna
Enterprise è temporalmente fuori gioco, altrimenti ci avrebbero
infilato anche T’Pol ed Archer.
La trama è fondamentalmente inutile, illogica, priva di senso e
scontata e si riassume in tre capi.
Kirk parte per Romulus per scoprire chi ha ucciso Spock. Punto Uno. Decide
di portarsi dietro il figlio nonostante si tratti di una missione pericolosa
e il figlio viene regolarmente rapito e non si capisce nemmeno bene perché.
Punto Due. Kirk decide di mettersi contro la Federazione pur di salvare
suo figlio. Punto Tre.
Ecco, qualcosa di più banale era veramente difficile da tirare
fuori. Sostanzialmente le 250 pagine di Sangue di Capitano sono costituite
da una manciata di righe dedicate a svolgere questi tre punti, il resto
è rimpolpato con il peggio del “minestrone trek” che
Shatner aveva iniziato a sperimentare nella trilogia precedente. Evidentemente
ci ha preso gusto ed anche in questa occasione avremo l’occasione
di rivedere: Spock, Scotty, McCoy (che dovrebbe avere 150 anni ed un esoscheletro
a tenerlo in piedi ma sgambetta, salta… manco fosse Yoda), Picard,
Riker, Troi, La Forge, Worf, la dottoressa Crusher, (Data per sua fortuna
si è fatto saltare giusto in tempo per risparmiarsi la comparsata),
Janeway in veste ammiraglio, l’unica in cui chiunque vorrebbe vederla
visti i suoi trascorsi da capitano, il dottore olografico che appare e
scompare come David Copperfield e qualcun altro ancora che non ricordo.
Ebbene, ditemi voi come si può seriamente scrivere qualcosa di
decente insistendo a voler dare a tutti questi personaggi il loro spazio?
Il risultato finale è Kirk all’azione sempre e comunque a
dispetto dei settant’anni suonati che dovrebbe avere all’incirca
e tutti gli altri che gli girano intorno a dire una battuta, spesso poco
più di un cliché, esattamente come avevamo già visto
nella trilogia precedente, dove Kirk si trovò ad affrontare il
suo doppio dell’Universo dello Specchio.
Io lo battezzai “minestrone trek” e resto dell’idea
che fosse alquanto indigesto, soprattutto se riproposto in continuazione.
Possibile che non ci sia altro per cena?
Ovviamente, essendo un libro di mezzo, non ha un suo finale vero e proprio
e si viene rimandati al successivo romanzo che Ultimo Avamposto non ha
ancora pubblicato. Kirk viene lasciato a bordo della Calypso, una nave
Q (no non centra il Q-Continuum), ovvero una nave apparentemente civile
ma che nasconde al suo interno il massimo della tecnologia della Flotta
Stellare. Un regalino da nulla. Tremo al pensiero di cosa ci aspetti con
il romanzo conclusivo di questa ultima trilogia e di cosa si farà
fare a Kirk ora che è divenuto padre. La sopravvivenza di suo figlio
è data perdente per tre a uno. Signori apriamo le scommesse, ma
valide solo per coloro che non hanno già letto il romanzo in lingua
originale
Una personale esortazione a Ultimo Avamposto a non fossilizzarsi sui romanzi
di Shatner, che forse venderanno bene, ma che sono diventati davvero tristi
da leggere. Puntare invece su autori che sono una garanzia come Peter
David.
C’è la serie di Final Frontier con protagonista
l’equipaggio della Uss Excalibur che Fanucci lasciò largamente
incompleta che sarebbe bello davvero terminare. Si tratta di romanzi brevi
che potrebbero essere accorpati due a due e che hanno trovato un largo
consenso fra i fan italiani.
Al mese prossimo, con un ritorno al passato frutto di un fortunoso ritrovamento
presso un’anonima bancarella di libri usati.
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