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SUPERMAN - IL
RITORNO CHI HA BISOGNO DEI SUPEREROI? Ricordate
cosa diceva David Carradine, il Kill Bill nell’omonimo film di Tarantino,
ad una Uma Thurman alla quale aveva appena sparato nella gamba una fiala
con un potente siero della verità? L’istrionico killer affermava
che esistono due tipi di eroi: Superman e tutti gli altri. Batman, Spider-man
ecc, sono nella realtà Bruce Wayne, Peter Parker che indossano
i panni dei salvatori mascherati. Superman invece non è Clark Kent,
si traveste da uomo comune perché è così che lui
ci vede. Superman è Superman.Quanto questa riflessione tarantiniana sia lucida e profondamente pertinente, lo dimostra il nuovo film di Bryan Singer che, dopo i primi due episodi di X Men, torna al cinema con un altro super eroe. Riprendendo le gesta dell’alieno venuto da Krypton, dopo che sul grande schermo si erano succeduti tra la fine degli anni settanta e ottanta cinque film, Singer dichiara di voler continuare dai primi due episodi ignorando gli altri. ![]() D'altronde è da anni ormai che Hollywood chiama a raccolta i super eroi per portarli al cinema e, sempre più spesso, senza curarsi di mantenere una giusta coerenza con i capitoli precedenti. Dice bene Gianni Canova nel suo libro “l’alieno e il pipistrello” a proposito delle due serie di Alien e Batman, quando afferma che in esse il titolo in se, costituisce una prima soglia paratestuale. Non
più infatti, come avveniva per Rocky o Rambo,
un contrassegno con un numero romano, ma un titolo-origine (Batman),
una riapparizione (Batman il ritorno), la proliferazione nel
tempo (Batman Forever), la creazione del proprio doppio (Batman
e Robin) ed, infine, aggiungiamo noi, nel recente Batman Begins,
la cancellazione di tutto ciò che c’è stato prima,
l’azzeramento, la tabula rasa. In questo modo, afferma ancora Canova,
“la serialità cessa di essere una catena e diventa
una rete. Non un testo ma un ipertesto.” Tale
conseguenza comporta in definitiva uno spostamento della soglia della
capacità di accettazione del pubblico, al quale non si chiede più
di guardare gli episodi precedenti ma, al contrario, si domanda loro di
dimenticarli. Oppure, come avviene in Superman, per tornare al
nostro caso, di ricordarne soltanto due. Certo, Superman Return
è un film comprensibile anche per chi non avesse mai visto le pellicole
precedenti interpretate dal compianto Christopher Reeve, ma in esso soggiace,
se pure in chiave dark, un’atmosfera che s’ispira chiaramente
ad essi. Lo stesso Brandon Routh pare un clone (cristallizzato) di Reeve
e Kevin Spacey riprendere Lex Luthor da dove Gene Hackman l’aveva
lasciato. Solo Lois Lane ha subito un vero e proprio restyling: da rampante
giornalista degli anni ottanta è diventata una mammina che fuma
di nascosto. Hollywood
pare ancora una volta domandarsi che cosa fare dei supereroi. Potenzialmente
una miniera di dollari, ottimi da infarcire di effetti speciali, diventano
difficili da gestire quando devono essere inseriti in una sceneggiatura,
perché ancorati ad un mondo nato da nette contrapposizioni ideologiche,
guidati da modelli epici oggi impossibili, se pensiamo alle guerre videogioco
a cui siamo abituati in TV. Il problema di fondo è, secondo Alessandro
di Nocera nel suo libro “Supereroi e superpoteri”, che niente
è in grado di sopperire al vuoto ideologico che ormai condiziona
la vita del supereroe poiché, nell’era postmoderna, il futuro
scompare e non può più essere celebrato. In sua assenza,
il campo dell’indagine diventa il presente, dove, in mancanza di
valori certi, è necessaria l’esaltazione, tragica e gloriosa
insieme, del relativismo. La maschera supereroistica, alter ergo dell’uomo
comune, allora s’infrange senza trovare alcun sostituto. Ma
se gli X Men, Spider-man, Batman possono ancora giocare, nei migliori
dei casi, un ruolo di “metafora” dei mali sociali, resta,
alla luce di ciò che stato fin qui detto, una domanda: a che cosa
serve oggi Superman? L’uomo d’acciaio che vola nello spazio
senza bisogno di respirare, che può fermare un aereo che sta precipitando,
che respinge una pallottola con il proprio bulbo oculare, pare lontano
anni luce dall’eroe tormentato e perdente, caro alla postmodernità.
Se un futuro esiste ancora, è quello che il potere ha progettato
per noi, dove i coraggiosi, dopo l’11 settembre, sono gli uomini
comuni, non dotati di super poteri invincibili, che hanno rischiato la
loro vita e sono morti sotto le macerie. Difficile riuscire a sdoganere
Superman in questa prospettiva e, la pellicola di Singer, non ci prova
nemmeno. Invece di imboccare la strada della favola toutcure, tenta di
dare un qualche spessore al suo personaggio ma gli sottrae solo quell’ironia
che era stata il successo dei primi film. Nemmeno sul fronte degli effetti
speciali la pellicola mozza il fiato. Cose
già viste (Superman e Lois Lane sembrano Peter Pan e Wendy mentre
volano sopra la città), cresce la noia fino ad un finale scontato.
A chi però si chiede se sia possibile portare un fumetto sul grande
schermo, la risposta è senz’altro affermativa. Ricordate
i due Batman di Burton e, in tempi più recenti, quel capolavoro
che è Sin City? Se poi, per tornare a Tarantino, osserviamo
i suoi personaggi così deliziosamente bidimensionali, ci si accorge
che un’anima non è necessaria. Quando la sposa Uma Thurman
uccide tutti i suoi aguzzini e compie finalmente la vendetta che le permette
di abbracciare la figlia, quella è la fine. Non esiste un seguito
e nessuno si sognerebbe di chiederlo.
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